Swing Time, di Zadie Smith – Recensione di Francesca Cangini

Swing Time è il nuovo romanzo della scrittrice inglese Zadie Smith, autrice del successo letterario Denti bianchi. Il titolo fa riferimento al film degli anni Trenta con Fred Astaire e Ginger Rogers, al quale le due protagoniste sono particolarmente affezionate.

Swing Time racconta la storia di una ragazza cresciuta in un quartiere popolare londinese insieme alla sua coetanea, Tracey, che la influenzerà per tutta la sua vita. Descrivere la trama è difficile poiché è costantemente intrecciata. La prima parte del libro è incentrata sull’infanzia delle due bambine, fra scuola, danza, amicizia, famiglia e immaginazione. Successivamente l’autrice sviluppa il futuro della protagonista, lasciando al margine la storia di Tracey.

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A tematiche come amicizia femminile, famiglia e sviluppo personale fanno da sfondo la musica e la danza, dal pop, al musical, all’hip hop. Smith basa il suo romanzo su come i rapporti tra i personaggi si condizionino vicendevolmente e sul potere del linguaggio. La lingua e il suo potere sono parte dell’identità di ogni persona e sottolineano il ruolo dell’individuo in relazione all’altro. Un aspetto interessante di questo romanzo è l’emergere delle figure femminili a scapito di quelle maschili, raffigurate completamente fuori dal loro elemento e incapaci di seguire ambizioni e desideri.

L‘esperienza complessiva di lettura risulta però difficile: infatti, se lo stile è estremamente emozionante, spesso risulta complesso seguire gli spostamenti nel tempo e nello spazio da un capitolo all’altro. A volte il romanzo sembra allontanarsi troppo dai suoi temi portanti, quasi a rappresentare la storia della protagonista, persa nella sua vita tanto quanto la storia si perde di per sé. Ci sono capitoli in cui l’interesse tende a perdersi a causa di descrizioni troppo lunghe e dettagliate che ne appesantiscono la lettura.

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Nel corso della storia ci si aspetta un cambiamento nella vita della protagonista, o almeno che faccia delle scelte. Il colpo di scena, però, non avviene mai, lasciando immutato e statico il ritmo della narrazione. Infatti la protagonista rimane per più di 400 pagine incastrata negli stessi dilemmi, sempre ben descritti, ma mai realmente approfonditi. Smith solleva molte problematiche, ma sembra non risolverne la maggior parte.

La personalità della protagonista si definisce solo in relazione agli altri personaggi: ad Aimee (la pop star per cui lavora), a sua madre e soprattutto a Tracey, quella ragazza così simile a lei e ancora così diversa, con un percorso di vita talmente lontano dal suo da rendere impensabile la loro amicizia.
Tuttavia la linearità della narrazione non convince, in quanto non crea quell’empatia che di solito il lettore ricerca in un libro. Molto interessante risulta essere invece il personaggio di Tracey, tanto da sperare che fosse lei la reale protagonista del libro, che invece rimarrà sempre senza nome. Il narrator
e, cioè la protagonista, è un’ombra dall’inizio alla fine del romanzo, una figura che non sperimenta mai una crescita personale.

Ma ci sono i momenti in cui comincia a vedere, riconoscere chi è, cosa crede e cosa ha perso. È vulnerabile, ma improvvisamente in grado di vedere, sentire, pensare. È in pericolo, ma invece di essere spaventata sente un brivido… è il sangue che scorre nelle vene.

Ci vuole molto tempo affinché gli esseri umani sviluppino realmente il proprio essere.

Vox Zerocinquantuno n.11, giugno 2017

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