That’s it: al Mambo la mostra sull’ultima generazione di artisti italiani, diRoberta Antonaci

Bologna ospita l’esposizione curata da Lorenzo Balbi, fino all’11 novembre 2018, che presenta una raccolta di opere tra le più contemporanee possibili.

That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine vuole essere una rassegna di ciò che propone il nostro panorama attuale a livello di tecniche e prodotti artistici. In sala la mostra spazia dalla scultura alla fotografia alla videoinstallazione interattiva e non, alla moda alla pittura, all’arte concettuale.

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Il primo cartellone-didascalia che leggiamo, prima ancora di entrare nella Sala delle Ciminiere, introduce il visitatore marcando il tratto dell’italianità degli artisti in mostra. La specificità in questo caso è messa in risalto perché questa generazione sia presentata e aperta all’internazionalità, come movimento opposto a una forma di nazionalismo o autoesaltazione. Non c’è una forma di chiusura ma anzi di apertura. Sempre nella stessa didascalia si legge, infatti, un richiamo alla “fluidità che rifugge le barriere”, che può essere interpretato dal punto di vista della posizione politica dell’Italia di fronte alle questioni dell’immigrazione e dell’integrazione.

Questi temi sembrano naturalmente fuoriuscire dalle mura del Mambo con questa mostra, nella quale molti artisti hanno preso a soggetto l’identità di un paese – ad esempio Elena Manzi, con la sua Avanzi (2015), installazione fotografica in cui presenta immagini di Guilmi, comunità abruzzese, con persone del posto e didascalie contenenti antichi miti popolari. L’italianità però si manifesta anche come discorso sull’altrove, come succede con Michele Sibiloni e la sua Fuck it (2016): una sorta di reportage fotografico sulla vita notturna di Kampala, in Uganda. La contrapposizione in sala delle due ricerche fotografiche può far riflettere sull’influenza dell’occhio, che guarda da dietro la macchina fotografica, su ciò che vede.

La mostra affronta anche altri argomenti, come gli sviluppi della tecnologia: ne è un esempio il lavoro di Emilio Vavarella, The Google Trilogy – 1. Report a problem (2012) che è composto di stampe fotografiche degli errori di Google Street View.

Passando dalle foto alla scultura, pare di rilievo l’opera di Ludovica Carbotta, Falsetto (2017-18), che rappresenta una serie di figure tutte uguali che guardano nella stessa direzione, quasi ipnotizzate. L’opera è contrapposta visivamente a quella alle sue spalle, Hole (2018), di Andrea Stefani, dove, sempre una scultura, sembra sciogliersi di asfalto sul pavimento del museo. Isolamento urbano? Sentirsi soli in una moltitudine? Sentirsi assorbiti e inglobati inesorabilmente dalla città e dalle sue regole?

È troppo presto per sperare di trovare una chiave di lettura, le regolarità che possano aiutare lo spettatore a comprendere definitivamente le idee più contemporanee dell’arte e il loro valore di originalità. La mostra stimola efficacemente alla riflessione e già questo è un punto da cui partire.

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018

In copertina foto E&B Photo.


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la magistrale in Semiotica presso l’Università di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.

 

 

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