The believer: il sionismo ai giorni nostri, di Fabio Bersani

The believer è un film che non si preoccupa di avere peli sulla lingua e va dritto al punto: un gruppo di persone vuole uccidere gli ebrei.

Un film che mostra la faccia meno costruita della società americana, un Paese storicamente noto per aver sempre preso le difese del popolo eletto, prima e dopo il genocidio della seconda guerra mondiale, che si ritrova ora a nutrire sentimenti di odio verso gli stessi. Quello che emerge dal lavoro del regista Henry Bean è una parte della società emarginata di naziskin che parla spensierata del Mein Kampf e di come il regime nazista avrebbe dovuto gestire la sua offensiva in Europa, di devianti sociali che incarnano negli ebrei le più grandi colpe della società, arrivando a descriverli anche come esseri perversi e maligni.

Il film, che è tutto meno che distopico, racconta inoltre come anche persone comuni, padri di famiglia e classici lavoratori americani si ritrovino di nascosto per discutere del loro odio verso la “razza” ebraica, un odio covato da molti ma che non può essere espresso in pubblico.

Una pellicola che sfata tabù e mette di fronte al pubblico una realtà di nicchia, sconosciuta ai più ma che vive permeata e silente nel tessuto sociale americano, un odio pronto ad esplodere in atti organizzati contro simboli e palazzi religiosi.

Un film raccontato attraverso la storia di Danny Ballint ( Ryan Gosling), un giovane naziskin con testa rasata e t-shirt con svastica emarginato dalla società che trova pace solo nell’ideologia fascista e nella sua propaganda nel mondo moderno, il tutto fuso a passioni e riflessioni profonde sulla fede e sul concetto di giusto o sbagliato in relazione al male che si può fare agli altri.

Un tema difficile da trattare, con poca aderenza sull’opinione pubblica, snobbato nello stesso film dalla stampa.

Ideologie naziste rivisitate ai giorni nostri per eliminare il nemico storico, l’ebreo che è “perfino” sopravvissuto al genocidio, questa l’assurda tesi che accompagna il pubblico nella visione.

Il regista invita alla riflessione sulla mancanza di dialogo tra le persone e sul loro rapporto personale con la religione, un tema mai banale riproposto in chiave sionista, il tutto sullo sfondo della city americana e sui problemi tipici della sua periferia.

Un film difficile da capire e da digerire, ma ottimo per aprire dibattiti che riguardano problemi a noi tutti vicini come l’odio verso quello che non si conosce e la povertà culturale, un piccolo gioiello di quel mercato indipendente cinematografico statunitense che non delude mai.

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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