The shape of water: La forma dell’acqua”. La diversità come valore. Di Fabio Bersani

Dopo essere stato presente e pluripremiato alla mostra d’Arte cinematografica di Venezia e agli Academy Awards 2018, oggi vi presentiamo “The shape of water: La forma dell’acqua”.

Il vincitore di quattro premi oscar, tra questi, quello tanto ambito di miglior film.

Rappresenta il perfezionamento di un percorso, quello del suo regista (Guillermo del Toro), che si conclude nel migliore dei modi.

L’ambita statuetta quest’anno è andata infatti a chi più di tutti è riuscito a commuovere il pubblico, valorizzando una tematica sempre più attuale e mai veramente descritta senza essere oggetto di stereotipi. Le diversità.

Del Toro, famoso per le sue opere di fantasia, ci regala un’opera emotivamente viva e concreta, ben oltre i limiti che trama e personaggi fantastici possano avere.

L’insolita storia d’amore tra Elisa Esposito (la bravissima Sally Hawkins) e l’essere anfibio si muove sul linguaggio universale dell’amore. La peculiarità che rende la loro relazione un rapporto più reale di quanto si possa immaginare risiede nel loro linguaggio. Il regista messicano per far comunicare la protagonista con l’inusuale ospite del laboratorio governativo usa il linguaggio dei sordomuti, il meglio noto ASL (American Sign Language). La forma di mutismo della Esposito renderà possibile l’avvicinamento alla misteriosa creatura, anch’essa incapace di comunicare con gli altri. Le barriere sociali che rendono difficili le creazioni di legami dei due personaggi fungono da collante, accomunati dalle loro diversità i due inizieranno una relazione tanto complicata quanto intensa.

Il tema portante della diversità e della distanza sociale da chi non è “normale” riguarda anche la spalla destra, nonché unico amico di sesso maschile della romantica Esposito, il vicino di casa Giles (Richard Jenkins). Giles è un uomo omosessuale che a causa del suo orientamento sessuale trova difficoltà nel lavoro e nella costruzione di relazioni sociali durature.

Un altro elemento ricorrente nella pellicola è la solitudine, la quale lega i due vicini di casa in un rapporto estremamente intimo ed emotivo.

Guillermo Del Toro attraverso la sua narrazione di immagini e sensazioni porta sul grande schermo la voce degli emarginati. Un film-manifesto per tutte quelle minoranze che faticano a farsi sentire e che sono schiacciate nella completa indifferenza di chi non riesce a vedere oltre la propria mediocrità. Quest’ultima incarnata dallo spietato colonnello Richard Strickland (Michael Shannon), il quale si ritiene capace di distinguere il genere umano tra persone di serie A e persone di serie B.

Un film sospeso tra amori, amicizie, inseguimenti e misteri in pieno stile guerra fredda. Una pellicola senza epoca, dove a farla da protagonisti saranno i personaggi che solitamente vengono messi ai lati dei riflettori. Una rivincita per un’intera categoria, tra diversità, passione e voglia di riscatto. Un film per ricordare che non ci sono differenze di grado tra gli esseri umani ma solo diversità, che arricchiscono e in alcuni casi avvicinano. Una pellicola per riflettere, ed un premio oscar che corona una carriera di lavori, quelli di Del Toro, costruiti sulla forza dei loro protagonisti, sempre svantaggiati, ma mai arrendevoli.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

 In copertina foto da www.mymovies.it


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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