The wolf of wall street, chi non ha mai sognato di essere Jordan Belfort? di Fabio Bersani

Chi non ha mai sognato di diventare ricco in poco tempo, trasferirsi da uno sporco e dozzinale appartamento di periferia ad una casa con piscina attorniato da soldi, macchine veloci e yacht? Già sognato, perchè è effettivamente un sogno per molti di noi, per molti ma non per Jordan Belfort.

Il mirabolante film del mai banale Martin Scorsese ci porta in una Wall Street poco conosciuta, una nicchia finanziaria che si ciba di droghe e belle donne, che scommette su nani lanciati contro segnapunti e che guadagna milioni di dollari tutti i mesi.
Il film è liberamente ispirato ad una storia vera, una storia in cui il protagonista, un fortunatissimo Leonardo Di Caprio che recita nei panni di Jordan, nella corsa con la vita vince e stravince, guida auto di lusso e sta con belle donne per diverse scene della pellicola, sposa una stupenda Margot Robbie e si diverte, si diverte un mondo.

La retorica di Belfort lo porterà a fare milioni di dollari prendendo provvigioni sulle vendite di penny stock, questo lo porterà ad aprire un’agenzia tutta sua e a fatturare ancora più milioni di quanti potesse spendere, assieme all’amico Donnie Azoff, interpretato dal simpatico Jonah Hill.
La curiosa storia di Belfort ci mostra una realtà con pochi freni inibitori, sesso e soldi accompagnati da cocktail di droghe per reggere i ritmi serrati del lavoro di broker, inseguendo e godendo delle montagne di soldi accumulate con la vendita di azioni. Assieme a questo, nubifragi in pieno mare aperto, droghe scadute da 15 anni, divorzi, tradimenti, risse e banche svizzere, il tutto con il tocco di uno dei registi più amati di Hollywood di sempre, Martin Scorsese.

Il film manda un messaggio distorto sotto certi punti di vista, arricchirsi aggirando il sistema in alcuni casi paga, e anche bene. Il lavoro di Scorsese racconta di una Wall Street diversa dall’idea di broker che abbiamo tutti, o forse semplicemente racconta di alcuni professionisti della finanza che hanno scoperto come fare soldi e divertirsi allo stesso tempo, ma sempre applicando il dress code, fuori e dentro l’ufficio. Il racconto parla inoltre della sfida tra il lungo braccio della giustizia americana e l’astuzia di alcuni ricchi furfanti difficili da incarcerare, il finale sarà emblema della morale che la giustizia ha assunto in questo caso, si potrebbe dire l’eccezione che fa la regola, che non sempre la legge è uguale per tutti, o forse semplicemente questa volta abbiamo fatto il tifo per chi vorremmo essere ma non siamo.

Vox Zerocinquantuno n 11, giugno 2017

*In copertina una scena del film tratta da: https://www.themacguffin.it/old-movies/the-wolf-of-wall-street-gli-eccessi-darte-di-scorsese-e-di-caprio/


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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