Too big to fail- storie di uomini che hanno combattuto contro la grande crisi di Fabio Bersani

La più grande crisi economica dopo il giovedi nero del ’29 vista al microscopio nei livelli interni del Ministero del Tesoro statunitense. Tra orgoglio e strategie politiche ci viene spiegata una delle più grandi sfide della storia moderna .
Uno splendido William Hurt interpreta il turbato, ma determinato, Henry Paulson che ha deciso di giocarsi tutte le carte possibili per evitare il crollo del sistema finanziario e bancario statunitense. In una recitazione realistica mostra ciò che il Segretario del Tesoro ha dovuto passare nei giorni tra il fallimento della Lehman Brothers e il risanamento bancario dei maggiori istituti americani, giocandosi un rischiosissimo (e discutibile) jolly: la fusione di varie banche per evitare il crollo delle stesse e dell’intero sistema.
Dal 2008 ad oggi la crisi dei surplus ha ispirato molti cineasti, ma tra tutti i lungometraggi del genere, sono pochi quelli che hanno trattato questo tema con uno sguardo umano, come nel caso di “too big to fail”.
Assieme ad Hurt si può apprezzare un Giamatti sentimentale ed idealista, che ricopre l’incarico di presidente della FED (banca nazionale USA) negli abiti di Ben Bernanke, compagno di discorsi di Paulson. Vediamo i due impegnati in colazioni plumbee mentre milioni di persone perdono case e lavoro. Colazioni e discorsi lenti ed impietosi, come il tempo che passa e la crisi che si fa largo tra i fallimenti bancari.
Too big to fail ricostruisce sapientemente le mosse dei piani alti per salvare il sistema, nelle fasi più critiche della crisi, il tutto tra iniezioni di denaro, alleanze di potere tra democratici e repubblicani, e fallimenti. Grandi istituti bancari che cadono sotto il peso della crisi . Si credevano infallibili ma si sono dovuti ricredere. Durante la visione si ha l’impressione che siano proprio le banche le vittime di questa crisi e non l’uomo.
Il film, come la vita in certi momenti, più che una maratona è una corsa centometristica ad ostacoli, a volte conta solo arrivare, altre volte no. Tra frenesia e fallimenti improvvisi il film ci regala una ricostruzione storica di un episodio che farà storia, ma ci lascia anche una morale inaspettata. Il regista mostra come, anche una società come quella americana, capitalista ed economicamente stabile, possa cadere su sé stessa senza le necessarie regolamentazioni e che, in quei casi, sia proprio lo stesso odiato governo a doversi porre come panacea di tutti i mali e sacrificarsi per il bene pubblico.
Aiutare il cittadino e la sopravvivenza dello status quo è un presupposto che dovrebbe essere sempre alla base del rapporto stato-cittadino, e non manifestarsi solo in tempi di crisi, come nel caso del 2008.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film

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