Tralummescuro di Francesco Guccini. Recensione di Riccardo Angiolini

Esiste un detto sulla gente di montagna che, come tanti altri, è ricco di una grande e consapevole verità. Tale espressione sostiene che un montanaro, qualsiasi cosa faccia o diventi nella vita, non potrà mai levarsi dalla testa e dal cuore la montagna, finisse anche per non tornarvi mai più. Una piccola grande verità che racconta un microcosmo di vite e di abitudini circoscritte in uno spazio ben specifico ma perse nel tempo, inesorabilmente legato ai rilievi, alle valli e ai boschi. Piccole e altere isole nella nostra grande penisola.

Una tematica così connessa al ricordo e al tempo passato non è certo cosa nuova per Francesco Guccini, immortale cantautore e oramai scrittore affermato, che da buon montanaro egli stesso racconta, e in parte si racconta, in questo sentimento. Tralummescuro è il titolo del suo ultimo romanzo, un’opera immersa in un mondo ormai scomparso e pregno della nostalgia che esso evoca. Un libro che prende vita dalle radici dell’autore stesso, carico di storie e immagini che celebrano una realtà oramai quasi scomparsa, intrappolata e consumata dalla spietata morsa del tempo.

È del paese di Pàvena che Guccini ci racconta, modesto insediamento montanaro come tanti altri dell’Appennino Tosco-Emiliano. La particolarità di Pàvena è quella di essere realmente a metà strada fra la Toscana e l’Emilia: borgo conteso da due rivali geografiche e storiche, dalle quali attinge alternatamente lessico, usi e cultura, ma dalle quali si sente allo stesso tempo indistintamente separato. Caratteristica, anche quest’ultima, comune alle tante località che punteggiano questi monti. Guccini ci racconta però di una Pàvena non più contesa negli spazi, quanto nel tempo. Un paese in bilico fra il ricordo e l’oblio, fra la vita e la morte, immobile in quell’ora di “tralummescuro” quando le tenebre, ormai visibili come una linea all’orizzonte, cominciano a salire e a prendere il posto della luce.

Questa trovata metaforica spiega e conduce per intero il corso del romanzo, che potrebbe banalmente riassumersi in una dolce escalation di ricordi, di spacchi di vita quotidiana, di persone, di esseri e di cose che erano proprie della vita in montagna. Una “ballata” carica di nomi, d’usi e di mentalità radicati in quel piccolo universo sperduto fra le alberi e ruscelli, incastonato nella solida roccia della montagna e lassù apparentemente intoccabile. La cruda e semplice bellezza delle memorie rende più netta e amara la loro separazione col presente, soprattutto a causa della consapevolezza che il ritmo del mondo impedirà probabilmente di ritornarvi.

Per rendere al massimo l’impatto di queste tematiche Guccini non sceglie di certo una via stilistica convenzionale. Crogiolandosi e divertendosi nell’utilizzare un italiano imbastardito (o impreziosito, a seconda dei punti di vista) da termini dialettali, comprensivo di variazioni sintattiche e neologismi sia lessicali che fonetici, si rivolge direttamente al lettore. Il narratore è dunque una seconda persona che interagisce, spiega e talvolta sfida chi legge a riflettere, a immaginare o ricordare le cose che vengono raccontate. Se in realtà è abbastanza chiaro come l’autore utilizzi questo espediente per rivolgersi a sé stesso, in un costante dialogo fra un io passato e uno attuale, questa trovata rende la lettura fluidaproprio perché è come se il romanzo richiamasse convivialmente all’ascolto.

Le schiette descrizioni dei paesini, della gente che li popolavano, dei modi e delle abitudini scandite dall’esigenza e dal ritmo delle stagioni costituiscono il vero tesoro di questa narrazione. Una serie di aneddoti e racconti che oggi ci paiono tali soltanto perché cresciuti e abituati agli agi della contemporaneità. Tutte fortune, comodità e frivolezze di cui abbiamo goduto grazie agli sforzi di generazioni passate, certamente più semplici, rigide e forse anche rassegnate, ma custodi di un tipo di conoscenza e ricchezza che oggi in pochi possono raccontare e, ancora in meno, vantarsi di possedere.

Tralummescuro è in fondo questo: una vivace, irriverente e malinconica condivisione di vite passate e quasi oscurate dalla frenesia del tempo. Francesco Guccini vuole renderci partecipi di questo passato che fa parte, in modo più o meno lontano, anche della nostra storia, della narrazione che a noi ha portato. Chissà che non sia proprio il suo personale tentativo per prolungare questo tramonto, quest’ora di tralummescuro, e rimandare le tenebre della notte.

Vox Zerocinquantuno, 30 dicembre 2019

Foto: Vox Reading

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