Tre storie vere: i grandi scandali venuti a galla grazie al giornalismo d’inchiesta, di Alessandro Romano

La funzione del giornalista, per arrivare direttamente al “succo”, è quella di diffondere notizie.
Spesso si tratta di eventi che accadono, di interesse generale, dei quali il giornalista s’informa e cerca di proporre un quadro d’insieme del come e del perché siano avvenuti.
E prova a rispondere alle famose cinque domande del giornalismo: Chi? Dove? Quando? Perché? Che cosa?
In altri casi però, ed è questo l’oggetto del nostro numero di CineVox, si tratta di notizie nascoste, misfatti che avvengono quotidianamente e di cui la stragrande maggioranza delle persone non ne è a conoscenza. In questo caso la funzione del giornalista, è quella di andare a “scovare” le notizie e di portare a galla verità scomode e di cui tutti dovremmo essere informati.
Questa potrebbe essere una delle definizioni del giornalismo d’inchiesta. Ma non solo, la vera utilità dell’inchiesta non è unicamente informare, ma anche portare queste “verità” di fronte a un tribunale, chiedendo giustizia per le vittime di un sistema “fallato” e mettendo la parola fine ad una serie di ingiustizie. Il che è probabilmente il fine ultimo, ancor più che portare a galla la verità.
Non a caso si chiama anche “giornalismo investigativo”, in cui la carta stampata si sostituisce alle autorità e svolge delle indagini su reati che altrimenti passerebbero inosservati.
Uno dei problemi più grandi di questi tipi d’inchieste è che spesso si tratta di una o poche persone che si trovano ad affrontare un intero sistema e che quindi non hanno né la forza né i mezzi (e a volte, comprensibilmente, il coraggio) per contrastarli.
In questo numero proponiamo tre splendidi esempi di giornalismo investigativo, tre storie vere, tre bei film sul coraggio di giornalisti e “vittime” ad affrontare tre colossi del sistema: il governo americano, il clero e le multinazionali del tabacco.

Il primo film è Tutti gli uomini del Presidente, del 1976 diretto da Alan J. Pakula. La pellicola ripercorre le vicende che portarono alle dimissioni dell’allora presidente americano Richard Nixon, nell’ambito dello scandalo che verrà ricordato come il caso Watergate. Due giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein (interpretati da due mostri sacri come Robert Redford e Dustin Hoffman, all’epoca giovanissimi) vengono a scoprire, in maniera quasi fortuita, i loschi intrighi che si nascondono dietro la campagna presidenziale degli Stati Uniti nel 1972. Pensando all’inizio di avere a che fare con personaggi secondari, continuando nelle indagini i due cronisti scopriranno che dietro si celavano uomini di spicco legati a Richard Nixon e che lo stesso presidente era pienamente coinvolto nella vicenda.

Una scena da “Il caso Spotlight” (Da medium.com)

La seconda pellicola è Il Caso Spotlight fresco vincitore dei premi Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale. L’oggetto d’inchiesta qui è l’abuso sui minori ad opera di sacerdoti nella città di Boston. In questo caso le indagini prendono il via da un episodio isolato, ma con il prosieguo del lavoro i giornalisti del Boston Globe scopriranno che si tratta di un “sistema” che coinvolge diversi avvenimenti puntualmente insabbiati dalla Chiesa.
Il regista è Tom McCarthy e il cast comprende Micheal Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci.
Infine, proponiamo il film del 1999 Insider-Dietro la verità con protagonisti Russel Crowe e Al Pacino.
La storia ricalca le vicende di Jeffrey Wigand (Crowe), dirigente di una delle principali aziende del tabacco statunitensi che a seguito del suo licenziamento decide di testimoniare contro i suoi superiori e di far scoprire al mondo le menzogne che si celano dietro la dipendenza da nicotina. Nonostante questo lo porti a vivere forti contrasti – anche interni alla sua famiglia – grazie all’aiuto e alla perseveranza del cronista d’assalto Lowell Bergman (Pacino), i due riusciranno a far mandare in onda un’intervista che sconvolgerà le credenze riguardo la composizione chimica delle sigarette, permettendo di far aprire gli occhi a milioni di persone dipendenti dal tabacco.

Altri esempi di giornalismo d’inchiesta sono quelli nell’ambito delle guerre: vale la pena ricordare Anna Politkovskaja, giornalista russa impegnata nelle vicende che riguardavano il conflitto in Cecenia, assassinata nel 2006 mentre si apprestava ad entrare nell’ascensore della sua abitazione. Per chi seguì la vicenda ricorderà “l’assordante silenzio” del Cremlino, definito così proprio per la risaputa – e severa – opposizione della giornalista al governo Putin.
Nell’era del digitale è d’obbligo menzionare Paul Steiger, ex direttore del Wall Street Journal che nel 2008 fonda ProPubblica, piattaforma no-profit incentrata sul giornalismo d’inchiesta, primo sito internet a vincere un premio Pulitzer, nel 2010 con un servizio sugli ospedali di New Orleans dopo l’uragano Katrina.
Rimanendo nell’ambito del digitale ricordiamo Julian Assange che con il suo WikiLeaks ha portato alla luce milioni di documenti di interesse mondiale riguardanti la politica e la finanza.
Ed è proprio perché viviamo nell’epoca di internet, in cui il flusso d’informazioni è così ampio e poco verificabile, che il giornalismo d’inchiesta acquisisce maggior importanza restituendo credibilità a un settore che il digitale sembra aver mandato in crisi.
Soltanto lo scavare a fondo nelle vicende può portare a un reale cambio di direzione di situazioni ingiuste e inaccettabili. In questo caso il giornalismo non è più solo raccontare il mondo, ma cercare di cambiarlo. In meglio.

Vox Zerocinquantuno n 10, maggio 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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