Trent’anni dopo Berlino: le nuove mura del mondo, di Matteo Scannavini

Nove novembre 1989. Una di quelle date che assumono il valore di spartiacque della Storia. Fu il principio della fine dell’unione sovietica, e dell’inizio della globalizzazione, la vittoria nella guerra fredda dell’Occidente che avrebbe inaugurato una nuova stagione storica. Eppure, nel corso di 30 anni, le promesse del nuovo ordine mondiale sono state tuttavia tradite: il modello economico neoliberista che andava trionfalmente imponendosi è entrato in crisi nel 2008; le democrazie liberali vacillano davanti all’ascesa di partiti populisti modellati su Putin; quell’ideale sovranazionale di multiculturalismo che sanciva la riunificazione dell’Europa sta soccombendo sotto al ritorno dei nazionalismi, riaccesi nel vecchio continente come oltreoceano, proprio negli USA che erano il faro della globalizzazione.

Acquista il tuo spazio pubblicitario su Vox

A 30 anni dai fatti di Berlino, il mondo si trova ancora diviso da mura e sembra intenzionato a costruirne di nuove.
La domanda di un giornalista italiano, Riccardo Ehrman, e l’incauta risposta di un funzionario tedesco, Günter Schabowski, che dichiarò la legalizzazione del passaggio della frontiera tra Germania Est e Germania Ovest. Furono questi gli inneschi finali per la caduta della repubblica democratica tedesca e quindi dell’URSS, da tempo avviata verso l’implosione. La sera dopo l’annuncio bomba di Schabowski, si stima che oltre 2 milioni di tedeschi varcarono il muro. Grazie alla scelta delle guardie di confine di alzare le sbarre dei checkpoint, il transito della folla avvenne senza alcuna vittima.

Quei fatti assursero a simbolo di una rivoluzione pacifica e, all’indomani della caduta dell’URSS, l’Occidente sembrava andare incontro al felice matrimonio con quella che lo storico e politologo Francis Fukuyama definì The end of History. Il discusso saggio del 1992 teorizzava che la fine del comunismo coincidesse con la “fine della storia”, intesa come periodo di conflitti tra sistemi politici e sociali, di lì in avanti sostituita da una nuova epoca di pace, caratterizzata dall’universalizzazione della democrazia liberale e dal dominio della esigenze e della mentalità di mercato nelle relazioni internazionali. Contrariamente alle previsioni di Fukuyama, questo modello culturale non ha assorbito tutto il mondo e, dove si è diffuso, ha pagato le proprie contraddizioni andando in crisi nell’ultimo decennio.

Corso di scrittura creativa

La storia dei conflitti non ha certo scritto il suo ultimo capitolo ma prosegue nel proprio divenire multiforme.
Osservando dopo 30 anni la Germania che, forte della riunificazione, è stata il motore della nuova stagione unitaria europea, sono proprio i territori orientali ex comunisti quelli dove Alternative für deutschland (Adf), il partito tedesco euroscettico di estrema destra, raccoglie le maggiori soddisfazioni elettorali. Le stesse tendenze nazionaliste trionfano nei paesi di Visegrad, in particolare nell’Ungheria di Orban, divenuta il modello europeo della “democrazia illiberale”. Successi che non possono essere considerati solo come reminiscenze dell’autoritarismo sovietico, poiché si estendono ben al di fuori dei territori dell’ex cortina di ferro, tra i protagonisti dell’alleanza atlantica: Stati Uniti, Inghilterra, Italia e Francia, si stanno, ciascuno con diversi percorsi ed esponenti politici, slacciando ormai irrevocabilmente dai principi dei grandi disegni globali che avrebbero dovuto definire il mondo a partire dagli anni ’90.

Il prossimo capitolo della storia occidentale sembra improntato ad essere una stagione isolazionista: ciascuno stato si ricompatta dai traumi economici e sociali della globalizzazione sotto figure autoritarie, abili a far leva sul popolo sovrano attraverso i vecchi valori di religione, famiglia, patria e la sempreverde propaganda di protezione dallo straniero. Il tutto mentre l’establishment neoliberista perde progressivamente legittimità, incapace di fronteggiare la crisi e di proporre un qualche progetto che non l’identificazione per negazione, ovvero ribadire di non essere nazionalista o populista.
Si tratta di un’analisi ovviamente semplicistica, ma che trova, con tutte le sfaccettature individuali di ciascun caso, sempre più interpretazioni in Europa e nel mondo.

Sostieni Vox

L’Italia nel suo microcosmo, ne è un perfetto esempio: il governo reggente vive, o sopravvive, senza una visione politica condivisa e con la sola funzione di mantenere all’opposizione la destra populista, che numeri alla mano, regione dopo regione, rappresenta nettamente la maggioranza elettorale del paese.

In soli 30 anni, la trama globale di alleanze e rapporti di forza che sembravano proiettarsi dopo il 1989 sono completamente ridefinite: l’Europa che doveva fortificarsi nell’Unione si indebolisce e perde pezzi, con la compiacenza degli Stati Uniti, sempre più ex alleati, e della Russia, molto più vicina agli USA rispetto ai tempi della guerra fredda; nel frattempo è emersa come potenza economica la Cina che continua ad operare massicci investimenti nel continente africano.
Pur volendosi astenere dal semplificare in blocchi la Storia, è dunque osservabile come l’ultimo decennio assuma sempre più i tratti di una fase di transizione verso un nuovo capitolo del divenire storico, caratterizzato da una nuova cultura della post-globalizzazione, isolazionista e nazionalista, da nuove alleanze e gerarchie economiche, da nuovi protagonisti emergenti e vecchie potenze in declino; e, nonostante gli auspici, dal Mediterraneo al Messico, dalle guerre dei dazi alle divisioni dell’Europa, da nuove e vecchie mura.

Vox Zerocinquantuno, 11 novembre 2019

Foto: Luca Padula


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

(22)

Share

Lascia un commento