“Tu è il mio respiro”, uno spettacolo che ci spoglia delle nostre ipocrisie, di Eloisa Grimaldi

Fila quattro posto ottantacinque, ecco la mia postazione al Teatro Duse il giorno 7 ottobre, giornata europea dei risvegli dal coma. Un’occasione di intrecci importanti tra teatro e sociale, dove l’arte scava oltre i paraventi dell’intrattenimento e spinge i semi della creatività più a fondo, nel terreno pronto di realtà vicine eppure lontanissime, marginali. Le realtà che si situano nelle intercapedini della parola “diversità” ed entro i quali si ridefiniscono i confini della “normalità”.

La città è tappezzata di locandine che pubblicizzano lo spettacolo grazie al primo piano espressivo di Alessandro Bergonzoni – testimonial della Casa dei risvegli Luca de Nigris – che invita alla serata. Va in scena “Tu è il mio respiro”, ultima opera frutto del progetto “Il teatro dei risvegli”, elaborata all’interno del laboratorio teatrale permanente dell’Associazione Gli Amici di Luca, attualmente svolto dal teatro dell’Argine con la conduzione di Nicola Bonazzi e Deborah Fortini. Il regista Mimmo Sorrentino ha saputo mettersi in ascolto, accostarsi alla compagnia, formata da ragazzi che hanno affrontato l’esperienza del coma e da questa sono tornati, per forza di cose cambiati. Una nuova veste, anzi, una nuova nudità che porta ad essere esposti al mondo senza più falsità da dichiarare, ma piuttosto una scomoda verità da difendere: l’amore tocca tutti senza distinzione sociale, scavalca le porte delle case private come quelle degli ospedali, dei centri di recupero, scivola dentro ai cuori, si infila sotto le lenzuola e solletica “la natura” di quanti lottano con il quotidiano destino di uomini e donne fatti di carne, spirito e presenza sociale.
Un’altalena tra pubblico e privato che nell’incontro teatrale diventa tangibile, riflette sulle urgenze d’amore, sulle figure del desiderio, sulle ipocrisie e sui fastidi che una razionalità limitata induce nel “ben pensare” quando si fa strada l’immagine della sessualità associata a quella della disabilità.

Un inizio “a tu per tu”, senza effetti speciali a camuffare la presenza di attori che qui non interpretano una parte, si svelano piuttosto come parte di un insieme, di un processo di ricerca che si manifesta scavalcando la finzione della recitazione. Attori che agiscono sulla scena nella loro presenza, in una costruzione teatrale che non è costrizione, ma piuttosto dono, ognuno nei propri talenti, nelle proprie limitatezze speciali, nelle proprie gestualità e vocalità.

Il fondale dichiara in apertura l’universo di cui si parla: si staglia a pieno schermo il famoso quadro di Courbet “L’origine del mondo” che dipinge la prospettiva intima di un corpo di donna a gambe aperte. Si gioca a carte scoperte, emergono i frammenti scenici e verbali di un mondo sommerso, a volte chiamato inconscio solo per pudore, un non-detto che invece qui prorompe con la forza di un’urgenza naturale, fisiologica. È sottile il rimando dell’immagine proiettata, il quadro appartenuto a Lacan, che inizialmente stordisce, ma diventa presto sfondo abituale di cui ci si dimentica.

Un primo monito allo spettatore in apertura è scandito da due attori: il palco è la scena su cui il pubblico si specchia, guardare all’altro, soprattutto se inquadrato nel boccascena, è un’operazione di riflessione, nel senso letterale di mandare indietro. Così l’attore – quello che sta alla sua presenza scenica e non recita una parte – diventa una cartina di tornasole capace di mostrare agli spettatori i loro reali movimenti interni, al di là dei propri giudizi, come se, in una sensibilità maggiore e coraggiosa, un attore potesse svelare agli sguardi ciò che le persone non sanno vedere di sé.
Emerge quindi una funzione taumaturgica e terapeutica del teatro e dell’attore, che straordinariamente non si rivolge solo ad un’integrazione sociale di persone “diversamente abili”, ma piuttosto include tutti i soggetti che partecipano al dispositivo teatrale. Si annulla così la demarcazione noi-loro che divide una normalità da un’anormalità, si crea una nuova norma all’interno della macchina teatrale, la quale, riprendendo Lacan, permette il riconoscimento di se stessi come in uno specchio.

Allo stesso modo nel laboratorio teatrale ci si muove alla ricerca delle proprie parti nascoste, per integrarle. Così il regista racconta che lo spettacolo è nato da un esercizio semplice: avvicinarsi ad una finestra e salutare qualcuno fuori, una persona cara a cui rivolgersi al di là del vetro. Da questo input hanno preso corpo e voce i “fantasmi” di ognuno, i desideri, le paure, le figure interiori dell’amore che vive “al di là del vetro”. Tutte figure di donna, il femminile che si rifrange nelle diverse vite, spaccandosi in quattro ruoli da cui sono nate poi le storie. Quattro situazioni, quasi fotografie del post-coma che affrontano i nuovi equilibri dell’amore: quello della madre, quello carnale della prostituta, quello assente della donna che ci ha lasciato e che manca, quello presente della donna che invece è restata, che assiste e ama.

La compagnia "Gli amici di Luca" (foto da itcteatro.it)
La compagnia “Gli amici di Luca” (foto da itcteatro.it)

Una regia simbolica e insieme materica, in scena si manifesta una figura di donna nuda – l’attrice professionista- una Eva snaturata dai capelli lunghi e biondi, è lei l’oggetto del desiderio che percorre tutti i ruoli e che gioca le sue carte dialogando con gli altri attori della compagnia. Entra in scena, quasi chiamata, dopo una blasfema preghiera, un padre nostro che chiede una grazia tutta carnale scandito da un moderno Donchisciotte che brandisce un bastone su cui svetta un condom. Un primo momento alterna musica elettronica al più suadente suono live di un hang, la musica è un attivatore di atmosfera, ma è anche misura metaforica di un incontro: una scala di avvicinamento; così il primo brano “incontrarsi” segue le sette note e snocciola i pensieri del primo incontro.

Un banco da conferenza accoglie e copre la nudità della donna, che inforca gli occhiali, indossa la sua razionalità: è la donna che è fuggita, racconta e si giustifica. Le aspettative, l’assistenza al compagno in coma, l’attesa e poi la difficoltà della ripresa, la voglia di andare via, il senso di colpa che blocca, il dovere, l’ipocrisia. Dall’altra parte lui con il suo amore residuo, che ancora cerca, che non vuole perdonare per non dimenticare; lei con la sua richiesta di libertà, lui con la richiesta di amore.
Poi una madre con i suoi tormenti e i suoi ricordi, la carrozzina, una croce da portare e la paura del futuro. Si contrappone invece il controcanto bello e luminoso di un ragazzo con la sua speciale vita, con i suoi filtri interpretativi, che fa il meglio per far stare bene gli altri e sé, un’altra prospettiva che non si vede sul patibolo, ma piuttosto in mezzo al mondo, come tutti.
Il momento del confronto con la donna del desiderio, la prostituta, è il più articolato. È una fortuna il sesso a pagamento, una fortuna molto triste ma sempre una fortuna, come accedere diversamente ad un piacere di questo tipo davanti alle barriere psicologiche e sociali che ci accerchiano e che non sanno attraversare i corpi per accedere ai cuori? Così all’inizio il prezzo concordato, più alto rispetto agli altri, un linguaggio acceso a sboccato, la sfida al pubblico, chi lo farebbe gratis? Chi lo farebbe in generale? La figura della prostituta che si dà per i soldi si trasforma lentamente sotto una luce eroica, che inconsapevolmente scava la via dell’amore costruendo lo spazio dell’attesa e della tenerezza, manifestata anche solo attraverso un regalo costante, un bacio perugina regalato.
Un’altra coppia accompagna tutto lo spettacolo, è un amore speciale e potente, quello tra un uomo e una donna entrambi risvegliati dal coma, in uno spazio privatissimo sanno un amore sconosciuto ai più e non meno completo o vero.

Un ulteriore livello del testo scenico è dato da quattro ragazze, figure esterne in proscenio che fungono quasi da coro, formano un filtro tra lo spazio scenico e quello del pubblico. Attivano momenti di luce in sala che si rivolgono direttamente a noi spettatori, ci inducono a riflettere, ci indirizzano domande dirette, a volte ingombranti: la sessualità, il linguaggio “forte” ad essa consociato, la poesia dell’amore declinato nel corpo, all’interno delle umidità organiche. Un punto di sospensione totale della finzione dove si svelano i meccanismi del fare teatrale e si aprono spazi di confronto diretto: di chi è il nostro corpo, a chi dobbiamo rendere conto nel suo utilizzo, nella sua mostra? Come si pone nel rapporto con il teatro, con la scena, dove finisce la nudità ed inizia la pornografia?

Logo (foto da amicidiluca.it)
Logo (foto da amicidiluca.it)

Su questa riflessione si apre una danza in un momento di libertà, i corpi degli attori si sciolgono nelle note di “Stand by me” dietro ai movimenti più standardizzati delle “ballerine”. Insorge così un contrasto tra lo stereotipo della rigidità mimica del ballare e la veracità ritmica della danza libera, quasi a suggerire una riflessione importante dalla portata rivoluzionaria: la fortuna spesso ha volti irriconoscibili, non sempre i nostri parametri sono gli unici e i più corretti. La felicità, il coraggio e la “normalità” non sempre sono allineati. Chi è veramente libero di mettersi in gioco e di spogliarsi dalle falsità, di oltrepassare il giudizio della società e della morale?
Ed ecco che tutti gli attori si schierano, spogliandosi a petto nudo o in biancheria intima, ed essendo loro specchio delle nostre persone, metaforicamente ci denudano dalle nostre falsità, dai pregiudizi sociali costruiti negli anni, dalle ipocrisie cristallizzateci addosso.

L’ultima storia è un filo sottile, come la voce dell’attore, in carrozzina, che soffia un dialogo con la donna. Questa volta è lei che vuole rimanere e lui invece che vuole mollare la presa, lasciare andare la vita, ormai trasformata, mutilata nel movimento, nella parola chiara. Le chiede di aiutarlo nell’impresa, per finirla, ma trova solo un irremovibile e profondo amore che impedisce qualsiasi appiglio alla sua richiesta.

Un viaggio dentro e fuori di noi questo spettacolo, un movimento di inspirazione ed espirazione ed in mezzo un’ossigenazione trasformativa, eccolo il respiro citato nel titolo.
Per affrontare con un approccio artistico e lontano da ogni banalità le difficoltà agitate sul fondo delle vite, storie che si raccontano attraverso la loro lente d’amore e ci insegnano, dall’alto di un proscenio, come spogliarci delle nostre prospettive univoche ed indossare una nuova nudità.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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