Un bambino cresciuto troppo presto. O meglio: un bambino che non ha mai avuto la sua età. Di Elisa Benni

Un libro sugli anni dai sette ai diciotto di un bambino che cresce giocando a pallone con gli amici per strada, che affronta le prime delusioni amorose e i primi goffi approcci con il sesso.

Sembrerebbe una storia banale, all’apparenza. Non lo è se il bambino in questione è un bambino di colore figlio di immigrati, nato e cresciuto in Italia, che vive nella povertà in quartieri popolari.

Già il bambino di cui parliamo è portato, per natura e per condizionamento dell’ambiente circostante, a stare da solo e ad essere il meno visibile possibile e, quando è costretto a stare in mezzo alla gente, a stare in silenzio tanto che, sia in famiglia che gli amici, lo chiamano Zero.

I genitori si separano quando lui è ancora un bambino. Zero e sua sorella restano a vivere con la madre fintanto che lei non si trova un nuovo uomo che non li vuole fra i piedi. Nella vita di un bambino il trauma dell’abbandono è uno dei più forti ed è questo trauma che subisce Zero quando la madre, dovendo scegliere fra loro e il nuovo uomo, decide di spedirli dal padre che già li aveva di fatto abbandonati non avendo lottato per tenerli con sé all’atto della separazione dalla moglie.

Crescendo si rende sempre più conto che sia lui che suoi parenti e i suoi amici tendono ad essere giudicati per il loro colore, ad essere tenuti d’occhio sui mezzi pubblici, a generare la paura negli altri di subire un furto o un’aggressione.

La disillusione e la fame sono fedeli compagni delle sue giornate perché il padre non sempre trova il modo di portare soldi a casa, e così nemmeno lui e sua sorella. La rabbia, cattiva consigliera, è la reazione naturale alle ingiustizie che tutti e tre subiscono: la sorella che viene apostrofata in malo modo oppure il padre che viene ritenuto complice di un furto solo perché esso avviene nel suo unico giorno libero. Nonostante questo però non prova odio. Infatti in un passaggio del libro Zero sostiene “non provavamo un vero odio verso i bianchi ma odiavamo il fatto che provassero a farci sentire sbagliati

Il condizionamento dovuto a ciò che pensano gli altri lo porta a comportarsi come se le rare cose buone che capitano nella sua vita fossero immeritate, tanto da arrivare persino all’autosabotaggio.

Le ferite nella sua autostima sono tante e tali da togliergli ogni volontà di interrompere il flusso degli eventi.

A latere delle vicende di Zero, il libro fornisce una visione da un punto di vista molto specifico della condizione degli immigrati e dei figli degli immigrati nel nostro paese e dell’Italia non esce certo un bel ritratto.

Come cantava Pino Daniele, napoletano doc:

E se hai la pelle nera
Amico guardati la schiena
Io son stato marocchino
Me l’han detto da bambino
Viva viva ‘o Senegal”

Accanto alla storia troviamo la denuncia dei pregiudizi e della mancanza di integrazione, della presenza di un’intera comunità di frustrati che rinunciano alla legalità per salvare la famiglia dalla fame ma anche solamente perché, se comunque il colore della pelle li bolla già come delinquenti anche quando sono innocenti, tanto vale delinquenti diventarlo davvero. Perché “se nuoti nel fango, alla fine ti sporchi”.

Vox Zerocinquantuno n.24, Luglio 2018


 

In copertina foto da Google (Snapchat:DikeleAntonio)

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