Un giorno, un’eternità. Di Maria Laura Giolivo

Ogni uomo ha una sola certezza nella vita: prima o poi dovrà fare i conti con la morte. Senza dubbio in prima persona ma ancor prima come spettatore inerme della scomparsa di un proprio caro.

Quando la vita ti porta via inspiegabilmente e senza alcun preavviso una persona a te cara, dopo lo spaesamento iniziale dovuto all’incredulità dell’evento stesso subentra la necessità di elaborare l’accaduto per poterlo superare. Si tenta di dare una forma al dolore lancinante che ti trapassa l’anima, ci si macera nel dolore finché non si giunge all’amara conclusione che l’uomo, da solo, non può nulla contro la morte. La morte esiste. L’unico modo che l’uomo ha per non essere atterrito dall’idea della morte è tenere ben presente che il tempo della vita è circoscritto.

Riflettendo su binomio imprescindibile vita/morte mi è capitato fra le mani il De Brevitate Vitae di Seneca in cui l’autore, appunto, denuncia la stoltezza degli uomini che non riescono ad apprezzare e a sfruttare al meglio il tempo che la Vita mette loro a disposizione.

Affaccendati nei più disparati affari (la vita pubblica, il lavoro dei campi, l’inseguire un’ambizione o il dedicarsi ai più sfrenati impulsi di dissolutezza), gli uomini dimenticano il loro bene più prezioso, il tempo, vivendolo nellansia della sua fugacità. Quanta attualità nelle parole di Seneca! Quante volte lamentiamo una vita troppo frenetica che non lascia spazio alla riflessione e al tempo per noi stessi!

Seneca, con straordinaria meticolosità, ci dimostra che se “ il tempo gioca con il mondo, il saggio può ridersi del tempo” trasformandone il valore quantitativo in qualitativo poiché non conta quanti giorni o anni un uomo abbia a propria disposizione per vivere ma come li utilizzi.

Seneca condanna duramente la partecipazione alla vita pubblica invitando il saggio ad astenersi dal farlo per dedicare il proprio tempo alla vita contemplativa. Tale atteggiamento è giustificabile considerando che a darvi voce è la delusione di un Seneca costretto all’esilio forzato che “sceglie” di abbandonare completamente la vita pubblica per dedicarsi esclusivamente agli studi filosofici.

Analizzando le diverse tipologie di uomini del tempo l’autore sembra disegnare uno spaccato quanto mai verace della società moderna: uomini impegnati a rincorrere sempre qualcosa, sia esso desiderio di potere o ambizione di successo, o schiavi degli impulsi più bassi quali alcolismo, gioco d’azzardo e sesso. Uomini che hanno perso di vista che il bene più prezioso che la vita ci regala è il tempo per fare di essa un capolavoro. Chiara appare l’esortazione all’astenersi da impegnare l’intera giornata in attività che esulino dalla ricerca della verità, della meditazione intorno al senso cosmico dell’essere. Solo colui che riesce a cogliere il prezzo del tempo grazie alla morte che ne è la negazione stessa è sulla buona strada per diventare saggio e saggio è colui che è consapevole che il tempo della vita è sufficiente se speso bene.

Il tempo diventa il luogo per eccellenza capace di liberare l’anima dalla schiavitù della vita quotidiana e garantirle la propria autonomia nella ricerca della verità.

Virtuoso è l’uomo che sa fare proprio il passato e dialogarci in relazione non al futuro ma alla ricerca del vero per una vita vissuta consapevolmente. Il passato visto solo come arco di tempo già trascorso non serve ad avvicinare l’uomo alla sapienza, mentre molto può offrici se lo leggiamo in funzione di estendere la nostra prospettiva dialogando con i grandi pensatori che prima di noi si sono dedicati alla ricerca della verità.

Nel De Brevitate vitae Seneca si mostra grande sostenitore dello stoicismo. Per gli stoici “ il presente è brevissimo, tanto breve che ad alcuni sembra inesistente […] Agli affaccendati spetta solo il presente che è così breve da non potersi afferrare” mentre a chi riesce a guardare con distacco la frenesia quotidiana nessun secolo è precluso “abbiamo un vasto spazio di tempo da percorrere” che si rende garante dell’unicità della natura umana in costante ricerca della verità.

Chiudo il libro e penso: davvero qualcuno sostiene che i testi classici siano obsoleti e non abbiano più nulla da dirci?

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

 

In copertina: Busto in marmo di Seneca, scultura anonima del XVII secolo, Madrid, Museo del Prado (foto da Wikipedia).

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