Un nuovo inizio? Di Riccardo Angiolini

Dal 4 maggio scorso, dopo il rigido lockdown durato quasi due mesi, il governo ha dato inizio alla cosiddetta Fase Due. Questa fantomatica tappa avrebbe dovuto, almeno secondo il parere di molti, coincidere con una vera e propria riapertura. Si è tuttavia ben presto compreso che l’inizio di questa seconda fase di gestione emergenziale del Coronavirus è ben lontana da rappresentare un ritorno alla normalità. A smorzare ulteriormente le speranze di molti italiani ha contribuito una normativa poco limpida, soggetta a numerose critiche e diverse interpretazioni. In questo clima di incertezza e prostrazione si sono verificati alcuni eventi spiacevoli che hanno ampiamente fatto discutere, agitando e dividendo opinione pubblica e istituzioni.

L’esempio che maggiormente ha destato gli animi è senza dubbio quello di Milano. Dalla metropoli più all’avanguardia d’Italia infatti, in corrispondenza dei Navigli, provengono alcune fotografie che hanno causato grande indignazione. Media, opinione pubblica e istituzioni si sono scagliate contro la popolazione milanese, ritratta nelle fotografie diffuse qualche giorno fa passeggiare e oziare bellamente sulla riva cementata. Nelle immagini si può infatti osservare un consistente numero di persone, da considerarsi sicuramente assembramento, camminare tranquillamente in mezzo alla strada chiacchierando con passanti ed astanti, il tutto senza rispettare le misure di sicurezza delineate dal governo. Si nota persino qualcuno che, in completo relax e totale disinteresse, sorseggia uno spritz in compagnia. Le critiche sono piovute come pietre in seguito alla pubblicazione delle foto, eppure vi sono tante altre responsabilità e colpe che sono state deliberatamente ignorate.

Se il gesto dei cittadini milanesi è infatti sintomo di scarso senso civico, non si può certo ignorare il fatto che le stesse istituzioni siano state alquanto negligenti rispetto alla regolamentazione della riapertura. Dai vertici più alti dell’esecutivo fino agli enti locali, tutte le strutture di amministrazione si sono dimostrate incapaci di assicurare la stabilità di questa Fase Due. Le maggiori colpe sono peraltro da attribuirsi alle stesse amministrazioni locali, poiché compito del governo è quello di stabilire alcuni dettami generali da seguire. Lo sviluppo e la normativizzazione di tali linee guida sono poi affidate alle istituzioni regionali e comunali, che meglio di chiunque altro dovrebbero saper coniugare i vari momenti della riapertura e le proprie specifiche territoriali.

Il caso milanese infatti ci pone di fronte un grosso interrogativo. È giusto, ma soprattutto sicuro, riabilitare in modo così indiscriminato tutte quelle attività che potrebbero nuocere alla generalità? È necessario dunque chiedersi due cose: se la riapertura debba adattarsi alle particolari circostanze territoriali cui si fa riferimento e, come diretta conseguenza, se le amministrazioni di vario grado hanno finora provveduto in maniera sufficiente a tale proposito.

Lo stesso sindaco Sala è intervenuto piuttosto duramente riguardo l’accaduto, ma egli stesso e gli organi a tale scopo istituiti avrebbero dovuto premurarsi che una tale situazione non si verificasse. Come? Ad esempio stabilendo chiari criteri di uscita a seconda dell’area di residenza, concedendo magari più ampi margini di libertà ai cittadini di zone meno densamente popolate e restringendo di contro il raggio d’azione per coloro che vivono in pieno centro. Questa è solo una delle possibili risoluzioni grazie a cui lo “scandalo” dei Navigli avrebbe potuto essere scongiurato, evitando il ricorso a minacce e ripercussioni che nuocerebbero ulteriormente alle realtà lavorative locali.

In mezzo a questo discorso si delinea tuttavia un’altra grande verità, senza dubbio dura ma estremamente realistica. Non è possibile fondare le proprie speranze per una corretta riapertura solo sul buonsenso dei cittadini. Le istituzioni non possono giustificare la propria negligenza o il proprio operato facendo riferimento alla mancanza di senso civico. Machiavelli ne avrebbe riso di gusto consapevole com’era delle fattezze della natura umana, paragonata proprio a un centauro in quanto dotata tanto di razionalità quanto di passioni, vizi e bassezze animalesche. Riferimenti illustri a parte è comunque innegabile che, seguendo tale logica, un’azione politica così importante non possa fare affidamento (almeno in questa misura) sul celebre buonsenso. E questo concetto non è da ritenersi valido solo in Italia, basti considerare la Svezia ove, in mancanza di un vero e proprio lockdown preventivo, i contagi e i morti per Coronavirus sono schizzati alle stelle.

Insomma, meno teoria e molti più fatti è quello che serve per rendere stabile e sicura questa Fase Due. L’anelata normalità è ancora lontana, ma vi giungeremo ancora più tardi se tanto noi cittadini quanto le istituzioni non ci decidiamo a far la nostra parte, senza scaricare colpe e rancori su una sola delle due parti in causa.

Vox Zerocinquantuno, 10 maggio 2020

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