Un uomo di sinistra: a lezione a Ravenna da Pepe Mujica, di Matteo Scannavini

 

In un momento storico globalmente riconosciuto come la crisi delle sinistre, la spaccatura del PD si riverbera tanto tra i vertici quanto tra le fondamenta: i volontari dello zoccolo duro del partito democratico hanno ridotto, e in alcuni casi perso, la loro energica voglia di fare. Se a Pisa, a seguito della clamorosa vittoria della Lega alle comunali, la Festa dell’Unità si è presa un anno di pausa meditativa, a Bologna l’evento, il cui nome celebra la coesione nazionale, ha affrontato una paradossale divisione: la tradizionale Festa dell’Unità delocalizzata in Fiera e il Parco Nord, che un tempo la ospitava, occupato nelle stesse date da Made in Parco Nord, una vera e propria contro-festa organizzata da ex volontari dell’originale.

Tra lo smarrimento della città rosse o ex rosse brilla per contrasto la Festa dell’Unità di Ravenna, dove il 30 agosto ha fatto una trionfale e acclamata comparsa un uomo che non si è tenuto i valori di sinistra sulla bocca, ma li ha letteralmente mangiati: Josè Alberto Mujica, in arte Pepe, prima guerrigliero del Movimento di Liberazione Nazionale dei Tupamaros, poi presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Famoso con l’appellativo de “il presidente più povero del mondo”, Pepe viveva fuori dai palazzi presidenziali in una fattoria con l’equivalente di 800 euro, un decimo del suo stipendio il cui resto era devoluto ad associazioni umanitarie e a bisognosi.

Terminata l’esperienza politica con la scelta di non ricandidarsi, Pepe gira oggi il mondo diffondendo il proprio pensiero alle smembrate masse, o ciò che ne resta, di sinistra che ora più che mai necessitano di un faro. Non stupisce infatti che nella Sala Aldo Moro della Festa dell’Unità ravennate il pubblico stipato e strabordante accolga Pepe con scrosci di applausi e cori a cui le importanti autorità del PD presenti, Martina, De Maria e successivamente Gentiloni, non possono legittimamente ambire.

Dopo un apparente acquietarsi degli animi, bastano le prime due parole della rockstar uruguaiana “Amigos, companeros” per riaccendere immediatamente la miccia del pubblico, che nuovamente prende a sperticarsi le mani in applausi. Da lì in poi, l’ora si compone come un alternanza di momenti di silenzio solenne, in cui parla solo l’ex presidente, e momenti di eccitato clamore del pubblico, che talvolta sovrasta persino il traduttore.

Ovazioni a parte, c’è molta sostanza nelle frasi coincise del monologo di Pepe. “Sono venuto per farvi pensare” dichiara. Il suo rivoluzionario messaggio mira infatti a mutare lo stile di vita di ciascun individuo, con una particolare nota attenzione verso i politici, chiamati a seguire l’esempio del presidente più povero del mondo e vivere come il loro popolo. La sua predicazione presenta l’asciutta autorità di chi fa ciò che dice, mista ad un gestuale savoir fair che ha contribuito a rendere leggendario il personaggio. In altre parole, se Pepe agita il proprio indice inquisitore per indicare al resto dell’umanità l’unica strada che ritiene corretta, è perché se lo può permettere in virtù di come ha vissuto.

Entriamo ora nel vivo del discorso.

La parola chiave della lezione incarnata dalla vita di Pepe Mujica è “sobrietà”, un concetto radicalmente opposto al moderno consumismo, alimentato da bisogni indotti che spingono ossessivamente a comprare ed accumulare. L’odierna cultura del mercato, “una ragnatela da cui è difficile liberarsi”, fonda sulla folle idea di una crescita infinita, un concetto impossibile che non trova nessun riscontro in natura, dove tutto ha un limite, come descrive Pepe con semplici esempi poetici: “L’albero più alto misura 115 metri, quello più vecchio ha 4700 anni, ma se si diffonde la notizia che in un Paese il Pil è in calo, sembra una tragedia”.

È stupido – continua tuonando – credere di poter vivere tutti come Stati Uniti e Germania, vi stanno mentendo”. Avvalendosi di lampanti dati, l’ex guerrigliero e presidente spiega che tra 50 anni, al ritmo dell’attuale tasso di natalità, passeremo dall’essere 7 miliardi e mezzo di persone a 9 miliardi. Per sostenere un così vertiginoso aumento demografico, l’economia mondiale dovrebbe crescere di oltre 200 volte nelle prossime 5 decadi, quando nell’ultima metà di secolo è cresciuta di circa 50 volte. Non ci saranno dunque risorse per tutti se la distribuzione continua ad essere così impari e gli sprechi così alti.

L’uomo è dunque condannato?” domanda Mujica. “No, ma solo se sapremo generare una cultura della sobrietà”: l’unico modo di evitare la catastrofe è quindi iniziare a vivere insieme senza sprechi, riciclare, saper discernere solo ciò che ci è necessario; il tempo che dedichiamo alla cieca conquista del superfluo va invece impegnato nel coltivare le relazioni, gli affetti, la vera espressione della nostra libertà. Questo perché, secondo una delle massime di Pepe quando compriamo non acquistiamo coi soldi, ma col tempo che abbiamo usato per guadagnarli” e, chiamando in causa anche Seneca, il tempo è la sola vera ricchezza umana.

Diffondere questa cultura è dunque la vera missione del progressismo, una battaglia complessa e diversa da quanto fatto in passato: “La mia generazione pensava di cambiare il sistema di produzione e distribuzione per cambiare il mondo. Ora che sono vecchio capisco che serve cambiare prima la cultura.”

Parole che indirizzano verso un importante percorso una smarrita idea di sinistra, termine apparentemente squalificato che acquista invece nella visione di Pepe un nuovo e forte significato. Mentre dilaga la percezione che “destra” e “sinistra” siano lemmi di una vecchia politica ormai vuoti, Mujica ribalta questo concetto allargando la prospettiva storica: “destra” e “sinistra” non sono antiche etichette sbiadite, sono al contrario parole moderne ereditate dalla rivoluzione francese che rappresentano categorie umane da sempre esistite. La storia è ricca di uomini con cui Pepe sente di condividere la missione della sinistra: “Epaminonda, i Gracchi e Gesù Cristo uomo. Io mi sento loro compagno perché loro hanno lottato per il progresso della civilizzazione umana.”

Pur consapevole che un mondo perfetto non si raggiungerà mai, ma che possiamo solo “salire scalini”, Pepe continua a diffondere un messaggio dall’arcigna fibra morale che, come raramente accade, ha trovato coerenza nell’esistenza di un uomo. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione cantava Gaber, e Josè Alberto Mujica lo ha fatto con i propri valori. Resta da capire se, tra l’intero pubblico urlante e i più silenti politici del PD in ascolto, la lezione di Pepe avrà fatto breccia nella mente e nelle azioni di almeno un uomo.

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

(18)

Share

Lascia un commento