Una serata con il “turista per caso”Patrizio Roversi, di Francesca Cangini

San Giovanni in Persiceto, 16 giugno. È una sera di inizio estate, nella testa di ognuno di noi ci sono ormai solo ombrelloni e valigie, immaginiamo quasi tutte le mattine di svegliarci in una spiaggia deserta, o sulla cima di qualche montagna mentre Patrizio Roversi ci racconta cosa significhi per lui viaggiare.
In circa un’ora e mezza Patrizio è riuscito a parlare con una leggerezza impressionante di tutti i temi che coinvolgono il nostro mondo negli ultimi anni e che un viaggiatore come lui ha potuto toccare con mano, dal surriscaldamento globale, al terrorismo, alle minacce che rendono difficile l’accesso in qualche (troppi) paesi, all’Expo, all’importanza del mondo gastronomico per conoscere a fondo il popolo del paese in cui ci rechiamo, alle nuove politiche del CEFA per fare in modo che la popolazione locale possa “vivere sulla sua terra e della propria terra”, mirando a potenziare le conoscenze e le competenze della comunità per permette che si sviluppi da sola rispettando la cultura locale.

Patrizio Roversi e Syusy Blady in uno dei loro viaggi (foto da carta bianca news.com)

Alla domanda “Come è nata in te la passione per i viaggi” Roversi afferma “Non ho mai avuto la passione per viaggiare, da bambino vivevo felice su una poltrona, la mia mamma mi dava dei soldatini e io stavo lì per giorni e ore, ho sempre avuto questo carattere sedentario. A ventotto anni ho incontrato quella che sarebbe diventata mia moglie, Syusy, che mi propone di andare a fare un viaggio. Vuole andare in India, io avevo paura, ma non potei discutere. Mi ha comperato una telecamerina e ho filmato il viaggio e poi è stato deciso di mandarlo in onda e da lì è diventata una via di mezzo  tra passione e lavoro ed ho cominciato a viaggiare.”.
E’ così che Patrizio Roversi e Syusy Blady pongono le basi per la creazione di un programma tutto loro, “Turisti per caso” caratterizzato da un modo particolare di raccontare ogni esperienza. Riprendono con occhio critico e auto-ironico ogni loro tappa. Prende vita un format nuovo, prima soltanto televisivo e che poi piano piano si trasformerà in una rivista e poi in un blog ( Turisti per caso). Il format coniuga aspetti dello show televisivo, dello spettacolo teatrale, del filmato di famiglia, e del reportage di viaggio in un’unica formula, raccontando le terre, descrivendone le bellezze, le storie, le tradizioni, le arti, i segreti.

Dovessimo descrivere Patrizio Roversi, potremmo farlo utilizzando la parola “turista”, mai viaggiatore, un “turista per caso”, come se “per caso” si ritrovasse da vent’anni con una telecamera in mano, solo turista, niente di più, un uomo che ama viaggiare, ma poi tornare a casa. Roversi riesce con queste tre parole a essere uno di noi, non un viaggiatore lontano e irraggiungibile, e così anche i suoi viaggi possono diventare i nostri e non lontani e irraggiungibili.
E questa è anche la semplicità con cui si pone a noi, come un amico che tornato a casa ti mostra le sue foto, anche un po’ titubante, con la paura di annoiarti o di parlare troppo. È questo forse che gli ha insegnato viaggiare. Porsi nei confronti del prossimo senza superiorità, mettendosi al fianco delle persone, come se ognuno di noi possa essere il suo compagno di viaggio anche solo per un’ora. È il viaggio che gli ha insegnato a stupirsi? Che gli ha insegnato a guardare una persona consapevole che dietro di essa c’è una storia tutta sua e con la curiosità di scoprirla? Ecco, allora forse è un viaggiatore, un viaggiatore che sa cosa vuol dire quella parola e con la paura ad attribuirsela, un viaggiatore che sa partire con la valigia e la mente vuota, da riempire con i sapori, sapori veri, la curiosità di conoscere le persone nuove, calarsi nella loro cultura, assorbirne le tradizioni. È un viaggiatore che sa vivere con la gente del posto, ballare e cantare le musiche del luogo, con l’onore che ti abbiano invitato a ballare e non con la vergogna di non saperlo fare. Un viaggiatore che sa per un attimo dimenticare le proprie abitudini e le proprie dipendenze, i propri modi di fare per scoprirne di nuovi. Che sa tornare cambiato, mai uguale a se stesso, con il cuore pieno di emozioni mai provate prima, buone o no, poco importa. Con il cuore pieno di accenti a volte belli, a volte strani, con il cuore pieno di volti, di persone nuove con le loro usanze e i loro movimenti. Che sa prendere l’aereo e restare incantato dalla vista che c’è oltre il finestrino, tutte le volte, dopo vent’anni.

Sono andata a quella serata pensando di tornare a casa con tante parole, con una semplice definizione di viaggiatore, e tornando a casa quasi mi dispiaceva non averla avuta. Ora mi accorgo che non avevo bisogno di una definizione. La vera essenza del viaggiatore si percepisce osservandolo, sentendo il suo tono di voce, la dolcezza dei suoi racconti, il modo in cui si rapportava con noi.

Vox Zerocinquantuno n 12, luglio 2017


#Foto nel testo da Cartabiancanews 16/06/2017

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