Uno sciopero al femminile per la difesa dei diritti: il successo della #CzarnyProtest in Polonia di Francesca Pia Colò

Nel 1942 fu legalizzato per la prima volta l’aborto in Polonia. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale però, in un’ottica di ripopolazione, la pratica venne vietata fino a quando Stalin, nel 1956, la reintrodusse in molti dei paesi dell’ex URSS. Passarono più di cinque lustri prima che l’Italia, così come gli Stati dell’Est, si dotasse di una legge che regolamentasse l’aborto: solo nel 1978 è stata introdotta la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ancora molto discussa ai giorni nostri nel dibattito che vede schierati da un lato il movimento i pro-life e la Chiesa Cattolica e dall’altro i difensori della libertà di scelta delle donne.
Sebbene nel nostro Paese questa legge sia largamente disattesa a causa dell’altissimo numero di medici obiettori di coscienza, a livello teorico le donne italiane hanno la libertà di scegliere se e quando diventare madri.

Una libertà che in paesi europei fortemente religiosi, come la Polonia, non è affatto garantita. Dal 1993, infatti, un legge voluta dall’allora Presidente Walesa concedeva l’aborto solo in tre situazioni: reale pericolo per la vita della madre, gravi malformazioni del feto e gravidanza conseguente a stupro o incesto. Questa regolamentazione è attiva ancora oggi: qualora una donna pratichi una IVG e non rientri nei tre casi suddetti, è punibile penalmente con la reclusione, così come il medico che l’ha praticato. La legge di Walesa limita fortemente la libertà di scelta delle donne polacche di diventare o meno madri con la conseguenza che, nei dati ufficiali diffusi dallo Stato polacco, il numero di aborti legali è ridotto al minimo, anche se rimane più basso di quello delle donne che ricorrono a metodi non sicuri per l’IVG: l’OMS stima a livello mondiale all’incirca 22 milioni di aborti non sicuri all’anno e 47 mila decessi causati da pratiche abortive clandestine. Prendendo in esame solo la Polonia, secondo i dati di diverse organizzazioni femministe, sono tra 100mila e 200mila le donne che attualmente abortiscono illegalmente o si recano in altri paesi (Slovacchia, Ucraina, Repubblica Ceca e Germania) per poter interrompere la gravidanza in condizioni sicure.

Foto da ilcorriere.it
Foto da ilcorriere.it

Nonostante i dati dimostrino che un maggiore proibizionismo porterebbe inevitabilmente a un aumento del numero di donne che ricorrono a metodi abortivi rischiosi, il partito di maggioranza polacco Diritto e Giustizia (Pis), del quale fa parte anche la prima ministra Beata Szydlo, ha emanato una proposta di legge che, se fosse approvata, limiterebbe in misura ancora maggiore la possibilità di abortire volontariamente, consentendo la pratica solo in situazioni di pericolo di vita per la madre. Con il sostegno del movimento pro-life e della Chiesa Cattolica, la proposta è giunta alla Camera Bassa polacca il 23 settembre, ottenendo l’approvazione di 267 deputati su 460.

Ma le donne polacche non ci stanno. Diversi gruppi femministi hanno proclamato uno sciopero generale lo scorso 3 ottobre. A Varsavia e in molte altre città polacche, sono scesi in migliaia per le strade vestiti di nero come simbolo di protesta, dando vita alla Czarny Protest, la “protesta in nero”, appunto. Grazie ai social network e alla diffusione in massa delle informazioni, la Czarny Protest ha avuto eco anche a Bruxelles, Kiev e Bucarest con una serie di contestazioni satellite. Diversi sono stati gli slogan e i simboli della manifestazione, dalle grucce utilizzate come strumento per il raschiamento, alle mani legate come sinonimo di prigionia. Ciò che le donne hanno rivendicato è stato principalmente il diritto di autodeterminazione, oltre alla condanna di un sistema che limita la libertà individuale considerando la gravidanza come un affare pubblico.

Solo tre giorni dopo, la protesta ha riscosso i risultati sperati e il parlamento ha fatto marcia indietro sulla proposta di legge anti aborto, lasciando quindi in vigore la già fortemente restrittiva norma del 1993. Il governo ha preferito ritirare la proposta piuttosto che far entrare in vigore una legge impopolare, non solo in Polonia, ma in tutta Europa. Le polacche che hanno lottato, e stanno lottando, contro un sistema maschilista e dalla forte connotazione cattolica, hanno lanciato un segnale molto chiaro mettendo in primo piano se stesse e la loro individualità, diventando un esempio per tutte le donne del mondo.

Fonti:
• #Czarny protest, le donne in nero polacche contro la legge anti-aborto, di Martino Mazzonis per Left.it
• Lo sciopero delle donne in Polonia, di Ilpost.it
Safe abortion: technical and policy guidance for health system, Seconda Edizione, Organizzazione Mondiale della Sanità

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Francesca Colò è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale presso l’Università di Bologna. È da sempre interessata alle problematiche di genere e alla condizione femminile. Appassionata di serie tv, cerca spesso di unire l’attenzione verso le donne a quella nei confronti dei mass media e dei loro prodotti.

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