Ustica: la Prison Island che fu, di Chiara Di Tommaso

Furono i Romani a chiamarla “Ustica” da “ustum” che significa bruciato, trovandosi davanti al suo paesaggio brullo, alle sue rocce nere e la sua terra rossa. Forse nemmeno sapevano del suo passato da vulcano attivo, e sicuramente non potevano immaginare il suo difficile futuro di solitudine, abbandono, emarginazione. Insomma, non potevano scegliere nome migliore.

La piccola isola che si trova di fronte a Palermo, oggi ben collegata con aliscafi e traghetti, molto visitata e amata dai turisti, nonché prima riserva naturale marina d’Italia, fino a una sessantina di anni fa era luogo di confino: otto kilometri quadrati di carcere a cielo aperto, in cui dovevano per forza di cose convivere abitanti e soggiornanti obbligati.

La sua storia d’isola prigione inizia con la sua fondazione, accogliendo per primi i dissidenti del Regno Borbonico; venivano chiamati “gli sterrati” e costretti ai lavori forzati che hanno permesso sostanzialmente la realizzazione delle prime costruzioni sull’isola. A seguire coloro che erano accusati di brigantaggio da parte dei Savoia (secondo la Legge Pica del 1863), poi centinaia di deportati libici delle campagne militari d’inizio Novecento e dopo ancora ovviamente “i tempi d’oro” del Fascismo con le ondate di oppositori politici del regime, da Antonio Gramsci a Ferruccio Parri, e anche molti prigionieri slavi dei territori occupati durante la guerra. Con la nascita della Repubblica venne invece il turno della criminalità organizzata, con l’arrivo di esponenti della Mafia Siciliana, della ‘Ndrangheta e della malavita sarda.

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Duecentocinquant’anni dunque che hanno visto passare sull’isola di tutto, oltre ai delinquenti comuni detti “i coatti”, borseggiatori, truffatori, assassini. Fianco a fianco dei mille e duecento usticesi vivevano ogni anno mediamente cinquecento-seicento prigionieri.

Il rapporto con la popolazione era buono, di reciproco scambio – spiega Vito Ailara, che ci offre un’importante testimonianza diretta dell’epoca – si era abituati a questa convivenza e si era instaurato un equilibrio tra le due parti”. I confinati avevano regole precise, non potevano uscire dal centro abitato, circondato da posti di blocco per il controllo, e alle 19 suonava la tromba del coprifuoco, dovevano rincasare e dietro di loro venivano chiusi i catenacci. Alla stessa ora iniziava invece la vita sociale degli usticesi, che uscivano dalle case e scendevano nella piazza: vite parallele che di rado s’incrociavano, se non per motivi economici. La maggior parte dei carcerati viveva le giornate nell’ozio, solo alcuni riuscivano a farsi assumere come braccianti dai contadini, ai quali conveniva una manodopera a bassissimo costo. “La convivenza aveva stabilizzato una certa economia, su cui la popolazione poteva sempre contare”. I prigionieri infatti erano, oltre che forza lavoro, innanzitutto consumatori e trainavano la piccola produzione agricola e di pesca degli isolani.

Questo strano ecosistema, che era riuscito a resistere ed autosostenersi lontano da tutto per più di due secoli, iniziò a dare i primi problemi all’inizio degli anni Cinquanta. Mentre l’Italia stava cercando di riprendersi e di ricostruirsi e si iniziavano a vedere finalmente i primi risultati che avrebbero portato al boom economico, il divario tra Nord e Sud se possibile era diventato ancora più ampio. A maggior ragione per un’isola di un’isola, che non disponeva di alcun servizio, mancava di acqua potabile ed energia elettrica, e continuava ad essere senza un ospedale, senza strade asfaltate e collegamenti adeguati con la Sicilia, se non “il vecchio e scricchiolante vaporetto Ustica”. Furono diverse le cause che spinsero parte della popolazione in quel periodo a rigettare quello che era sempre stato il loro stile di vita. Sono gli anni delle migrazioni verso le industrie del Nord, con il conseguente abbandono delle campagne e la mancanza di manodopera. Sono i primi anni della Repubblica e “il vento della democrazia e dei diritti era arrivato fino a qui”. Sono anche anni in cui peggiora la sicurezza sull’isola, per l’arrivo di violenti e noti criminali, come Don Ciccio Canale capo della ‘ndrangheta calabrese, e al tempo stesso diminuisce il controllo e il numero delle forze dell’ordine. Il Paese e le altre isole, come Lipari e Pantelleria (anch’esse ex zone di confino) si lanciavano verso il progresso e aprivano le braccia al turismo, Ustica, che stava affondando nelle difficoltà, non voleva essere da meno. Nell’attiva vita civica del comune si aprirono così due fronti: da una parte gli anziani legati alla vecchia economia e poco inclini al cambiamento, dall’altro i giovani pieni di entusiasmo, desiderosi di una vita migliore e di riscatto sociale, chiedevano a gran voce la fine del confino sull’isola. Fondamentale mediatrice in questo dibattito che durò per oltre dieci anni fu il Sindaco Anna Notarbartolo: “ La chiamavamo La Baronessa, donna intelligentissima e molto colta, amava davvero la sua isola”. Realizzò i primi grandi passi per lo sviluppo di Ustica volti a migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Aprì l’asilo infantile e la prima scuola media, fece costruire le prime strade al di fuori del paese, ottenne finanziamenti per case popolari, impiantò il primo telefono pubblico e chiese l’apertura di una farmacia e una pista di atterraggio per elicotteri d’emergenza. Ma soprattutto riuscì a portare la voce degli isolani, che avevano tanto e giustamente da chiedere, alle istituzioni regionali e allo Stato. Seppe approcciarsi con prudenza al tema del turismo e “tenne testa a noi giovani, che avevamo gran voglia di fare ma poco giudizio. L’isola non era affatto pronta a questo improvviso cambiamento”. Il signor Ailara al tempo era in prima fila tra i ragazzi che si organizzarono in associazioni, come la “Pro Loco”, per portare avanti le loro idee e i loro progetti innovativi. “Ma il problema era che mancavano troppe cose. L’energia elettrica veniva erogata esclusivamente di notte, finanziata dal Ministero solo per il controllo dei confinati. Si poteva attingere all’unico rubinetto d’acqua per un’ora al giorno, dalle 7 alle 8 del mattino. Non potevamo accogliere i turisti da un giorno all’altro. Il cibo bastava appena per noi”. Eppure ce la fecero, il confino sull’isola fu abolito nel 1961 e poco per volta aprirono alberghi, negozi, ristoranti e i tanto sognati visitatori arrivarono per davvero.

Oggi Vito guarda a tutto quello che è stato fatto con orgoglio, affetto e stupore. È uno dei soci fondatori e presidente del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica, che conduce ricerche, allestisce mostre e porta avanti iniziative culturali legate alla storia dell’isola. “Indagare il lungo percorso di dieci generazioni di usticesi […], mi ha radicato ancor più a questa terra. Auguro ai giovani isolani di sentire anch’essi forte questo senso di appartenenza e di avere piena la consapevolezza che vivere in un’isola è un privilegio riservato a pochi: basta coglierne gli aspetti unici e irripetibili”.

Passeggiando oggi per Ustica, oltre ai fichi d’india, le calette, gli scogli e l’acqua azzurra, gli occhi di un turista attento possono intravedere qualcosa del passato di quest’isola. Nello sguardo dei pescatori che sgarbugliano le reti all’alba e in quello dei contadini che vendono meloni e pomodori, c’è ancora un velo di profonda diffidenza. Nel silenzio che avvolge alcuni angoli poco conosciuti, dove il paesaggio è ancora brullo, la roccia nera e la terra rossa, lì si vede quanto la storia rimanga per sempre addosso ai luoghi e alle persone.

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018

Foto di Chiara Di Tommaso

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