Vanna Vs Frida. Vanna Vinci disegna Frida Kahlo in San Giorgio in Poggiale, di Eloisa Macrì

Giovedì 19 gennaio 2017 si è chiusa in bellezza la rassegna SpritzBook3, ideata da Andrea Maioli. Sette viaggi-spettocalo dedicati a varie icone della musica, della cinematografia e della pittura.

Dalla performance di San Giorgio in Poggiale

Frida Kahlo, protagonista di questo ultimo appuntamento, viene consacrata tra le volte sconsacrate di San Giorgio in Poggiale. Prende forma attraverso il tratto acrobatico di Vanna Vinci, una delle creatrici di graphic novel più quotata a livello internazionale e attraverso la penetrante voce dell’attore Matteo Belli che si fa interprete di un immaginario dialogo della morte con Frida. Autore del dialogo è lo stesso Andrea Maioli che mette in essere una conversazione surreale eppure verosimile, sfacciatamente cruda eppure fedele al tessuto biografico dell’artista messicana. Alternata ad Eros, Thanatos (la morte) è la costante matematica che traccia il diagramma della sua esistenza.

Quattro tavole “live” e quattro letture intervallate ad interventi musicali di Dj Guenda volti ad evocare l’atmosfera messicana del secolo scorso. La parola prende forma nel disegno mentre il disegno si proietta sulle volte dell’abside di San Giorgio, in una dialettica dalle intensità perfettamente sincroniche. Un ponderato gioco di corrispondenze plastiche e narrative, un dialogo senza veli fin nelle viscere di un dramma umano senza eguali nella storia dell’arte al femminile. Il due, il numero delle ambivalenze, degli opposti, del martirio e della voglia di vivere è il numero di Frida. Due sono stati i suoi incidenti: quello sull’autobus e Diego, dei quali il secondo è stato di gran lunga il peggiore, a detta di Frida stessa. L’amore e la morte, gli estremi della vita e gli autori della frantumazione fisica e sentimentale che trova riparo e riparazione solo nell’arte, sono le direttrici attraverso le quali Maioli ci guida in questo suggestivo, dualistico viaggio biografico, dipinto e raccontato della celeberrima icona pop messicana.

Mentre riecheggiano le parole “sangue, rotaie, pezzi, feriti, morti, suoni, polvere d’oro, nuda, vagina, entrare, interno, emorragia, interiora” il pennello di Vanna Vinci tinge di rosso i perimetri neri del corpo nudo, inerme e violato di Frida un attimo dopo lo schianto. L’impietoso impatto le spezza la colonna vertebrale in tre punti, le rompe l’osso del collo, la terza
e quarta costola, le provoca undici fratture alla gamba destra, polverizzandole quasi il piede destro mentre il corrimano metallico dell’autobus la trafigge in zona pelvica strappandole via la verginità. Quello stesso corpo, redivivo per miracolo, ricomposto come un
fotomontaggio, una bambola di pezza claudicante abbraccia, un attimo dopo, l’ingombrante sembiante di Diego Rivera, “un bambinone, immenso, con un viso gentile e lo sguardo un po’ triste…I suoi occhi vivaci, scuri, intelligentissimi e grandi difficilmente fermi nelle palpebre gonfie e protuberanti –quasi fuori dalle orbite- come quelli di un rospo, distanti l’uno dall’altro molto più di altri occhi…funzionali al suo sguardo, fatti per abbracciare un campo visivo vasto, costruiti appositamente per un pittore degli spazi e delle moltitudini. Vedendolo nudo si pensa immediatamente ad un bambino rana”. Così Frida descriveva e dipingeva quell’amato consorte che l’avrebbe offesa, lasciata e ripresa a sua discrezione, tradita perfino con la sorella e che, nonostante ciò lei seguitò ad amare fino alla fine grazie ad una quanto mai necessaria dose di stupidità.

Vox zerocinquantuno n. 7, febbraio 2017


Eloisa Macrì, bolognese con qualche contaminazione genotipica del Sud, si diploma al Liceo Classico L. Galvani di Bologna, frequenta un anno di Biologia ed uno di Medicina per poi orientarsi agli studi di Filosofia. Parallelamente all’Università frequenta la Scuola di Teatro Galante Garrone, il Teatro dell’Ascolto condotto da Paolo Magagna, il Teatro S.Martino diretto da Tanino De Rosa. Si laurea con una tesi sperimentale di bioetica sulle cure palliative, pubblicando un articolo sulla Rivista Italiana di Cure Palliative. Scopre l’amore per il Cabaret e comincia un percorso di scrittura autoironica che sfocia allo Zelig Lab di Bellaria, Fidenza e al tanto ambito Zelig di Milano. Parallelamente insegna teatro, dipinge su materiali alternativi, quali borse (alcune delle quali esposte a Osaka), giacche di pelle, porte. Continua, ad impegnarsi ancora nel teatro classico, collaborando con attori e musicisti.

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