Venezia 1902, i delitti della Fenice di Davide Savelli. Recensione di Chiara Di Tommaso

Tutto ruota attorno al Paròn de casa, il campanile di San Marco, l’epicentro della città di Venezia, il simbolo massimo del suo splendore e della sua storia. Il romanzo di Davide Savelli trascina il lettore nell’anno 1902, a pochi giorni dal fatidico crollo della torre che sconvolse la città e il mondo.

La scrittura solida e fortemente cinematografica dell’autore costruisce una storia fatta di scene che si inseguono, veloci, in un tempo narrativo di soli tre giorni. Il romantico scenario della magica Venezia del tempo, tra calli, canali e piazze, già brulicanti di turisti, si macchia di morte e omicidi. Savelli, autore, giornalista e regista esperto di Storia, mescola con abilità la finzione ai fatti storici, ricostruendo nei minimi dettagli l’immagine di un’altra epoca e aggiungendo storie di vita, personaggi e vicende inventate ma che si fondono perfettamente con la verità.

I tre protagonisti che si spartiscono la scena sono il campanile, il giovane tedesco Hans e il commissario Guido Bordin. Il drammatico volo dalla torre di San Marco del corpo di un ragazzo, spinto o caduto, che si spiaccica sul pavimento della piazza, dà il La alla storia. Le indagini vengono affidate a Bordin e Hans sarà il primo indagato. I due si inseguono, si cercano e si perdono per i vicoli di una Venezia che si scopre ormai decadente, ferita e spaventata da questa morte.

È difficile distinguere i buoni dai cattivi in questa vicenda, i personaggi sono sfumati, controversi, complessi. Hans, nato in cambio della morte della madre, dalla sua casetta sull’albero assiste alla morte del padre; orfano, sarà cresciuto da un severissimo e sadico monsignore, e si trascinerà il trauma infantile in un’adolescenza dolorosa, da emarginato. È affascinato dagli uccelli, tema ricorrente nel libro, dai rapaci in particolare a cui il protagonista stesso assomiglia a causa del suo naso adunco: li studia, li osserva, diventano la sua ossessione e sarà proprio nella Fenice, uccello mitologico e soprannome di Venezia, che il ragazzo sfogherà l’oscurità che gli appartiene.

C’è un uomo di legge, dall’istinto eccellente, concreto e umano, un commissario di polizia, che dietro la sua serietà nasconde anche lui un passato difficile e pieno di ombre. Il terzo, protagonista per eccellenza, è il campanile, simbolo della bellezza e della tradizione di una città che si trova spaccata in due. Da una parte i futuristi, innovatori, che vogliono trasformare Venezia, renderla più moderna e industrializzata, costruendo, tra le altre cose, un ascensore per San Marco. Dall’altra i conservatori, che intendono mantenere cristallizzata l’antichissima città e si oppongono ad ogni tentativo di rinnovamento.

Di fatto lo splendore di Venezia appartiene ormai al passato, è una città rimasta indietro, ancora senza gas né illuminazione in molte zone, con un altissimo tasso di mortalità infantile, vittima trascurata dei sui stessi abitanti. Una città che letteralmente si spezza, quando tre giorni dopo l’assassinio, vede la morte del suo campanile, che si piega su stesso, trafitto da crepe, crolla lentamente, diventando un mucchio di macerie.

Ma in questi fatti si inseriscono e si incrociano molti altri personaggi, tra cui alcuni estremamente celebri: come Herman Hesse, davvero presente in quei giorni descriverà l’accaduto, che compare al Bar Florian di Piazza San Marco mentre conversa con Guillaume Apollinaire. Nietzsche, che in quegli stessi anni visse per un periodo a Venezia, entra indirettamente nel romanzo con la sua poesia dedicata alla città. Ed altri ancora, solo parzialmente fittizi, come l’ex capomastro che lavorava per la soprintendenza dei beni culturali, fu uno dei pochi a sostenere il pericolo di crollo e per questo fu soprannominato la “Cassandra di Venezia”, non fu ascoltato ma allontanato.

Storie intrecciate con grande bravura, che portano ad altri omicidi e ad un furto di libri preziosi, e nelle quali i possibili piani di lettura si moltiplicano e si sovrappongono. Il libro, edito dalla casa editrice svizzera Todaro, costituisce una piccola perla d’eccezione, come spiega l’autore infatti, pochissima è la letteratura scaturita da questo apocalittico evento che ha segnato la storia d’Italia. Un romanzo non propriamente giallo, ma che è stato definito noir, intriso di documentazione storica, ma anche estremamente attuale.

Sono moltissimi i riferimenti che Savelli fa al presente. Elementi dell’Italia di allora che rimandano inequivocabilmente all’Italia di oggi: un Paese che lascia a cadere, quasi aiuta a cadere il suo simbolo di bellezza e di storia millenaria. Un Paese cieco, che non si accorge del suo stesso lento logorare, che non è in grado di prendersi cura. Un Paese che dopo il crollo, rimane esterrefatto a guardare un disastro che avrebbe potuto evitare, con nessuno che abbia almeno il coraggio di prendersene la responsabilità.

Vox Zerocinquantuno n.34 Giugno 2019

Foto: Vox Reading – Chiara Di Tommaso

 

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