Venezia 75: giro del mondo in tredici cortometraggi, di Chiara Di Tommaso

Il giro del mondo in 194 minuti? E’ stato possibile farlo quest’anno al Festival di Venezia tra il 6 e il 7 Settembre. Come sempre se ne parla poco o niente, capolavori di una decina di minuti vivono oscurati dai grandi film, relegati nell’ombra solo per una banale questione di durata. Con i sei cortometraggi in gara nella sezione Orizzonti della Mostra Cinematografica e in aggiunta gli altri sette fuori concorso, hanno partecipato giovanissimi registi dei più disparati paesi, dalla Francia alla Cina, dall’Argentina alla Russia, dall’India all’Italia, dalla Serbia all’Indonesia alla Grecia.

Il premiato vincitore del concorso è stato “Kado” (“Il regalo”) di Aditya Ahmad, una piccola perla di quindici minuti, che con dolcezza e spontaneità racconta uno stralcio di vita di alcuni ragazzini indonesiani nella periferia di una grande metropoli. I due protagonisti sono Isfi, sveglio, intraprendente e sdentato e Nita, timida e carina, la loro amicizia si fonda sulla loro complicità che permette ai due di incontrarsi a casa di lei con il furbissimo stratagemma di fare indossare anche ad Isfi lo “jilbab”, così da essere scambiato per una femmina e ammesso in casa dal padre.

Staircase (foto da www.labiennale.org)

Altrettanto piacevole e leggero “L’etè et tout le rest” del regista olandese Sven Bresser, che racconta di Mickael e Marc-Antoine due giovani migliori amici che si ritrovano soli a fine stagione sulla loro isola abbandonata dai turisti. Il primo ha idee e progetti ed è pronto a partire e a cominciare una vita nuova, il secondo invece, insicuro e titubante sul futuro, rimane in qualche modo incastrato nella sua rassicurante routine, scegliendo di restare.

Tuttavia a parte queste eccezioni, i denominatori comuni di buona parte dei corti presentati sono stranezza ed inquietudine. A partire da “Strano Telo”, ovvero “Corpo estraneo” del regista serbo Dusan Zoric, corto del quale è difficile individuare una qualche trama, se non uno scostante alternarsi di scene quotidiane e altre di sesso e violenza. Altrettanto particolare ma più coerente “Sex, Strakh i Gamburgery”, il cui titolo che significa “Sesso, Paura ed Hamburger” suggerisce già l’assurdità della storia: un fotografo di alimenti ed una intraprendente, sconosciuta e giovane donna, insieme per caso mentre un violento attentato terroristico è in atto per le strade. Nel complesso molto riuscito ed efficace. Altrettanta ansia trasmette “Staircase” di Mohsen Benihashemi (India), la storia di una famiglia distrutta ripresa all’apice delle sue difficoltà, quando tra litigate, pianti, odio e un tentato suicidio chi ci rimette tragicamente alla fine, tra tutti, è il figlio, un bambino innocente. Molto originale anche “Na li” (“Lì sotto”, di Yang Zhengfan, Cina) che riprende la facciata di un palazzo e le finestre, alcune illuminate altre buie, attraverso cui lo spettatore vede i movimenti delle figure come ombre cinesi e segue la conversazione di un uomo ed una donna che discutono sul da farsi mentre sentono delle urla femminile che vengono dalla strada.

www.labiennale.org

Molto interessante anche la storia di una giovane madre greca, che è seguita nella sua passeggiata verso il lavoro da una telecamera traballante che la riprende solo di spalle. Attraverso le sue telefonate lungo il viale Patison di Atene, la sua parlata veloce, lo zainetto rosso e la coda di capelli che dondola sulla schiena, lo spettatore scopre poco per volta la sua vita con tutte le sue complicazioni, in un crescere di tensione, legato al panico di una mamma che scopre il figlio piccolo da solo a casa, tensione che aumenta con il ritmo del suo passo, anche a causa di ciò che le accade intorno. (“Leoforos Patison”, “Viale Patison” di Thanasis Neofotistos)

Ovviamente non manca qualche buco nell’acqua, purtroppo firmato Italia.Ninfe” diretto da Isabella Torre è un collage di disparati elementi fantastici e horror scontati e già visti, quali tesori nascosti, spiriti della foresta impersonati da donne nude e senza pupille, nebbia e silenzio, che ha come risultato un deludente corto muto, che nemmeno raggiunge quello che probabilmente era il suo primo intento, ovvero fare paura. Anche “Blu” di Massimo D’Anolfi lascia diversi dubbi allo spettatore, riprendendo in stile documentario una giornata lavorativa di alcuni operai impegnati nella costruzione delle gallerie per la metropolitana, con tanto di rumori assordanti e fastidiosi. Almeno qui l’intento è chiaro e più riuscito, un elogio per lavoratori nell’ombra.

Nel complesso un buon assortimento quest’anno a Venezia 75 per la sezione cortometraggi, che ha permesso al pubblico, che ha riempito sempre le sale, di scoprire qualcosa di più di questi Paesi anche molto lontani, ascoltando la voce di giovani registi, spesso alle prime armi, ma che potrebbero essere i prossimi protagonisti della storia del cinema.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018


In copertina foto da twitter.com/la_Biennale

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