Vero ma non verissimo: viaggio attraverso le fake news nel docufilm di MancHego. Di Chiara Di Tommaso

La verità è negli occhi di chi guarda. Questo il punto di partenza della riflessione e questa la frase con cui inizia Post Truth, il docu-film realizzato dal collettivo bolognese MancHego e presentato in prima visione al Labàs a metà Dicembre.

Settanta intensissimi minuti che trascinano lo spettatore, ipnotizzato da un puzzle d’immagini, video, suoni e parole, nel mondo dell’informazione e dei suoi paradossi, accompagnandolo in una profonda e complessa analisi storica che offre originali spunti e interessanti argomentazioni.

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L’ironica voce narrante senza volto funge da guida nell’intricata presentazione del tema e incarna il “folle” punto di vista degli autori, insieme ad altri quattro interessanti personaggi teatrali: due pagliacci accattoni, un’ex giornalista russa e un soggetto non bene identificabile. La pazzia che li accomuna è uno dei fili conduttori del docu-film, ed è definita come capacità di vedere diversamente, da una prospettiva che non è quella comune.

Partendo proprio da questo concetto, si arriva a capire quanto siano ingannabili i nostri sensi e di come basti pochissimo per alterare la nostra percezione della realtà: semplice quanto ruotare una mela che è marcia solo da un lato. In quest’ottica il ruolo dei mass media, che è per definizione quello di porsi come mediatori tra i fatti e la gente, offrendo a quest’ultima la descrizione di ciò che non ha potuto vedere direttamente, è ancora più importante. Una descrizione mediata per quanto provi a essere oggettiva, non può essere neutra, ma giunge già confezionata, elaborata, filtrata alle orecchie delle persone. Si arriva così al nocciolo della questione, ad uno dei principali temi di discussione della politica attuale internazionale: le fake news.

L’allarme è stato lanciato dalle più alte autorità di molti paesi, prime fra tutte la Casa Bianca e l’Unione Europea. Il fenomeno, nato con la diffusione d’internet e dei social networks, ha permesso in questi ultimi anni la trasmissione di notizie non veritiere, distorte o imprecise alle quali molta gente ha cecamente creduto. Sono partite campagne di sensibilizzazione per la corretta informazione e sono state lanciate gravi accuse ai motori di ricerca e alle reti attraverso cui queste avevano viaggiato, chiedendo provvedimenti legali e maggiori controlli a colossi quali Google e Facebook.

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È comparsa così, sulle bocche spaventate di molti politici e intellettuali, la parola “Post-truth”, che si riferisce alle notizie delle quali l’oggettività dei fatti è irrilevante rispetto alle reazioni emozionali e alle convinzioni personali che produce in chi le riceve. In altre parole è vero ciò che si pensa sia vero, non ciò che è effettivamente accaduto.

Ma attenzione, sostengono i pazzi protagonisti del docu-film, siamo così sicuri che siano più vere le notizie ufficiali? Quelle, per intenderci, che si leggono sulle prime pagine delle testate registrate, si ascoltano ai telegiornali o alla radio. Dal loro punto di vista, nient’affatto e per dimostrarlo riportano i due principali problemi dell’industria dell’informazione, che la rendono indissolubilmente legata al sistema di riferimento a cui appartiene: il problema economico e il problema storico-politico.

Fin dalle prime stampe, i giornali contengono quasi per il cinquanta per cento pubblicità. Le aziende che comprano gli spazi per i loro annunci costituiscono il principale introito per le testate e per le televisioni, fondamentale per il loro sostentamento. Spesso ci sono stati casi che hanno svelato il rapporto clientelare che esiste tra mezzi d’informazione e multinazionali, le quali hanno evidentemente una certa influenza e controllo sulle notizie da pubblicare. In aggiunta negli ultimi decenni si è assistito ad un processo di monopolizzazione dei canali d’informazione, che spesso sono stati inglobati da poche ma enormi imprese. Ne è un esempio, la News Corporation, un colosso americano che possiede 175 testate giornalistiche oltre a Sky, Fox, diversi canali televisivi, radio e case editrici.

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Anche in italia la situazione è simile, basti sapere che l’azionista di maggioranza del gruppo Repubblica e L’Espresso è niente di meno che De Benedetti e che dietro il Sole 24 Ore c’è Confindustria.

Forse ancora più forte però è il legame con la politica, che non è certo una novità. In particolare in alcuni momenti storici l’influenza ha raggiunto l’apice della censura e ha trasformato i media in “fabbriche del consenso”. Considerati questi aspetti, l’emergenza delle notizie false e strumentalizzate si rivela, secondo gli autori, una grande ipocrisia.

Guardando da questa prospettiva il complicato mondo dell’informazione non si vuole criticare l’attività giornalistica in sé, fondamentale per lo sviluppo della società e dell’opinione pubblica. Piuttosto, il campanello suonato dai folli MancHego è un invito ad una ricezione attiva. Cercare informazioni, leggere articoli, guardare telegiornali sapendo che non esiste neutralità, che forse non esiste nemmeno verità. Questa consapevolezza, unita alla pluralità delle fonti e all’approfondimento può aiutare a non perdersi in questo difficile presente in cui la verità, da tutti i punti di vista, non è mai stata così falsa.

Vox Zerocinquantuno 

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