Verso la digitalizzazione del paese…solo per necessità, di Matteo Scannavini

È ormai chiaro ai più che il COVID-19 lascerà un mondo diverso da come lo ha trovato, non solo e tanto in termini di vittime quanto in chiave economica e sociale. Uno degli aspetti mutati dall’emergenza sanitaria è indubbiamente la percezione del digitale, che ha conquistato anche la fascia di popolazione ancora ostile avvicinando le persone che era accusato di dividere. Se la pacificazione con la tecnologia e il riconoscimento della sua pubblica utilità sono ora pensieri condivisi, la disponibilità e la padronanza degli strumenti tecnologici presenta un quadro disomogeneo a livello nazionale. Particolarmente retrograda risulta la situazione della Pubblica Amministrazione, come ha esemplificato il repentino collasso del sito INPS per le richieste del bonus dei 600 euro. Quella dimensione di aggiornamento digitale che è di moda invocare nei programmi politici è ancora lontana, ma la situazione imposta del coronavirus potrebbe aver rappresentato l’innesco, seppur brusco, della svolta. Costretto dalla necessità, il sistema scolastico è stato in grado di convertirsi in breve tempo e sfruttare con efficacia la potenzialità dell’e-learning. Allo stesso modo, c’è un’importante opportunità da cogliere per lo sviluppo dell’industria 4.0: la lezione tragicamente messa in evidenza dalla pandemia potrebbe infatti rappresentare la chiave per la modernizzazione e il rilancio economico dell’Italia.

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Termini come smart-working descrivevano fino a ieri le sperimentazioni di qualche innovatore, avvolte da quell’aurea di incertezza tipica di tutto ciò che fuoriesce dal confortevole perimetro dell’abitudine. Oggi, in tempo di quarantena, rappresentano una necessità collettiva, un canale con cui deve confrontarsi qualunque fornitore pubblico o privato di servizi che non richiedano indispensabilmente la presenza fisica.

Il cambiamento si è imposto con tempi stretti e molti adeguamenti devono essere ancora fatti. Tuttavia c’è motivo di pensare e sperare che il mutamento digitale forzato dalla quarantena non sia solo un cambio di pelle temporaneo ma una transizione verso un nuovo modo d’intendere il lavoro.

L’impiego di soluzioni lavorative telematiche che si sta diffondendo dovrebbe aver convinto anche i più tecno-scettici: non si tratta di andare incontro ad un futuro distopico dove le macchine rimpiazzano l’opera dell’uomo, bensì ad un presente che rende più efficiente e agile tutta quella consistente porzione di lavori eseguibili da remoto.

Oltre ai benefici che una ridotta mobilità per i lavoratori comporterebbe a livello ambientale, vi è la preziosa possibilità offerta dal digitale di snellire gli adempimenti burocratici per le imprese, un’esigenza antica in Italia e che sarà ancora più pressante al riavvio dell’economia dopo il blocco.

Sulle pagine del giornale web Agenda digitale, è stata riportato l’appello insistito di molte startup dell’industria 4.0 che chiedono al governo di cogliere quest’essenziale occasione di rinnovamento. L’auspicio è che la PA e le imprese producano una risposta di adattamento veloce, come la convincente reazione arrivata dal sistema d’istruzione.

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Ci sono tuttavia pareri ben più pessimisti che sostengono come l’imminente scenario di un’Italia digitale siano un’utopia a fronte del ritardo tecnologico ingiustificabile di cui il paese ha dato prova in questi anni. In effetti, nonostante vari tentativi legislativi, lo stato dell’arte della transizione digitale italiana non è certo dei più incoraggianti e il coronavirus ha contribuito ad evidenziarne le mancanze.

Per esempio, a livello teorico, il diritto dei cittadini a comunicare in forma telematica con la Pubblica Amministrazione è stato stabilito dal CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale), entrato in vigore nel 2005. Tuttavia, la recente chiusura delle graduatorie d’istituto per quest’anno scolastico ha testimoniato come, a distanza di 15 anni, la normativa non sia ancora applicata. “Chiedo scusa ai precari, non riusciamo a gestire un milione di domande cartacee che stanno arrivando in questi giorni” ha dichiarato il ministro dell’istruzione Azzolina, rendendo evidente come la carta sia ancora padrona di tali iter burocratici.

Altrettanto sonoro è stato il fallimento del sito dell’INPS, che è riuscito nel giro di poche ore a collassare sotto le richieste dei 600 euro e a far trapelare informazioni sensibili. La piattaforma non ha infatti retto al prevedibilmente corposo flusso di domande e un errore tecnico nella impostazione della cache ha fatto sì che i dati di registrazione di molti utenti divenissero pubblici su altri dispositivi. La teoria dell’attacco hacker è apparsa come un goffo tentativo di giustificazione ed è stata giudicata implausibile da molti esperti informatici. Inoltre, come fatto notare dagli esponenti del Partito Pirata, ammettere di aver incassato il presunto attacco, per altro non rivendicato da nessuno, comporta un altrettanto grave inadempienza dello stato in termini di cybersecurity.

Essere realisti e consapevoli dei propri errori e limiti attuali è certo fondamentale, ma solo come premessa critica ad un’azione che superi il mero disfattismo. Per quanto arretrata e disfunzionale sia la Pubblica Amministrazione, l’Italia deve comunque tentare il salto nell’innovazione digitale, con investimenti coraggiosi e progetti trasparenti che attraggano personale qualificato. Se già ieri la chiamata è stata ignorata, oggi l’occasione di fare di necessità virtù non può essere persa.

Vox Zerocinquantuno, 14 aprile 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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