Via Gandusio: un grande punto di domanda, di Sara Del Dot

Centosessanta alloggi popolari, quattro palazzi grigi e più di 3 milioni e 700 euro per riqualificarli. Questi i numeri del complesso di Edilizia Residenziale Pubblica di via Gandusio, accanto al ponte di Stalingrado, dove venerdì 14 luglio, in vista dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, è stata ultimata la liberazione dei palazzi con lo sgombero delle ultime famiglie presenti, molte delle quali con contratto scaduto da tempo.

Prima o poi questo momento sarebbe arrivato, lo sapevano tutti, infatti gli altri nuclei, quelli con contratto regolare, erano già stati fatti uscire nelle settimane precedenti. Eppure nessuno era pronto a vedere apparire, alle sette del mattino, tecnici di Acer, poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco. Non ci sono stati scontri, eppure qualcosa è successo. Alcuni hanno urlato, altri hanno minacciato di darsi fuoco, altri ancora hanno accettato le soluzioni offerte dal Comune per la paura di rimanere per strada. Inoltre, il Circolo Arci Guernelli presente tra due civici, è stato completamente distrutto e saccheggiato da ignoti. Così l’ha trovato il presidente, Stefano Bonora, che ha dichiarato di non essere mai stato avvisato del fatto che anche il circolo sarebbe stato oggetto di sgombero o riqualificazione. Poca chiarezza, quindi, e la convinzione che con le case popolari, di nessuno eppure di tutti, l’amministrazione possa fare quello che le pare. A dispetto di chi ha solo quello.

I palazzi popolari di via Gandusio dopo lo sgombero (Foto Sara Del Dot)

Le persone fatte uscire dagli edifici non avevano un’alternativa certa davanti, alcune hanno accettato le soluzioni provvisorie, altre invece no. Ora, davanti ai palazzi, sulla strada, dormono e trascorrono le giornate una decina di persone. In attesa di poter riprendere le loro cose, vigili su ciò che accadrà a quegli edifici che, a titolo o no, hanno abitato fino a quel momento. Palazzi in cui sono presenti case murate e inutilizzate da anni, palazzi senza manutenzione, palazzi abbandonati a se stessi e al degrado.

Attorno al complesso, per evitare intrusioni e garantire uno svolgimento dei lavori in piena sicurezza, è stato installato un muro. Notare, non una rete, ma un muro, un muro che impedisce la visuale, che blocca qualunque contatto con i palazzi. E la preoccupazione diffusa, al momento, riguarda proprio quel cantiere di cui non si potrà sapere né vedere niente. Perché troppe volte è successo che a lavori cominciati, il progetto venisse abbandonato per vari motivi (fallimento dell’azienda, mancanza di fondi), come ad esempio nell’edificio ERP soggetto a riqualificazione di via Fioravanti, fermo per 4 anni e abbandonato a se stesso, o ancora l’enorme cantiere in via Beroaldo in cui da poco tempo hanno riavviato i lavori.

E intanto, il presidente Acer, Alessandro Alberani, riflette sulla possibilità di lasciare quel muro lì dov’è, anche dopo l’effettiva conclusione dei lavori, per garantire la sicurezza dei futuri abitanti che, secondo i suoi pronostici, dovrebbero vedersi assegnato un alloggio del complesso entro la fine del 2017, a soli tre mesi dall’inizio dei lavori che, se non saranno fatti partire entro settembre, causeranno la perdita del finanziamento regionale, e a quel punto potrebbe mettersi davvero male per l’Azienda Casa Emilia Romagna. Così, ciò che viene auspicato, e fortunatamente contrastato dall’assessora alla Casa, Virginia Gieri, rappresenterebbe il totale fallimento di un’integrazione che, stavolta, con le migrazioni non c’entra niente. L’integrazione delle persone all’interno di un quartiere.

Se quel muro venisse lasciato lì, la protezione dei palazzi si trasformerebbe automaticamente nel primo ostacolo alla creazione di quell’identità di quartiere che consente agli abitanti della città una garanzia di vivibilità e di solidarietà che si crea solamente in spazi piccoli e quotidiani. Forse, invece di pensare al muro, si dovrebbe cominciare a riflettere sulla diminuzione della frequenza del turnover di assegnazioni, e consentire agli abitanti degli alloggi popolari di poter cominciare a considerare quegli appartamenti, quel quartiere, come “casa” e non soltanto come un luogo temporaneo di passaggio. Forse, se si smettesse di prendere e spostare le persone da un luogo all’altro, sarebbero le persone stesse a prendersi cura dei luoghi, come è sempre stato.

Vox Zerocinquantuno, n 13 agosto 2017

 

#In copertina: striscione di protesta contro lo sfratto (Foto di Sara Del Dot)


Sara Del Dot viene da Trento si è laureata in Lettere moderne e poi in Scienze della Comunicazione pubblica e sociale a Bologna, per poi spostarsi a Milano, dove vive tuttora, per frequentare la Scuola di Giornalismo Walter Tobagi e fare il lavoro dei suoi sogni. Ama follemente la musica e la letteratura europea.

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