Vigliacco chi ragiona! Apparizioni e allucinazioni secondo Arte e Salute, di Viviana Santoro

 

Se è Pirandello a esclamare, ci pensano Nanni Garella e gli attori della compagnia Arte e Salute a rievocare la portata di quest’affermazione nel loro ultimo spettacolo Fantasmi, andato in scena dal 14 al 26 febbraio all’Arena del Sole di Bologna. Ultimo spettacolo, ma anche primo: sì, perché è esattamente a partire da questo lavoro che la compagnia ha mosso i suoi primi passi quindici anni fa, sebbene all’epoca i “fantasmi” fossero interpretati da attori esterni, non dagli allievi del corso di formazione teatrale professionale avviato dall’Associazione Arte e Salute in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda USL di Bologna.

Da renata Savo/ Twitter

Per chi non conoscesse la compagnia, basterebbero queste ultime indicazioni per capire che qui si ha a che fare con attori-pazienti, considerando tutto ciò che queste persone si portano dietro: patologie gravi o abbastanza gravi, terapie di gruppo o individuali, deliri o realtà. Un microcosmo di esperienze, racconti e storie la cui autenticità non poteva che attirare la sensibilità del regista Nanni Garella che, infatti, nel 1999 decide di affrancarsi dal teatro tradizionalmente inteso per percorrere una strada alternativa, quella che passa attraverso l’originalità di realtà altre, ricomprese e riformulate secondo un’ottica squisitamente artistica. È necessario, infatti, chiarirsi su una questione: qui non si sta parlando né di “semplici matti”, né di meri attori, ma di uomini e donne che indagano la loro specificità esistenziale all’interno di un percorso artistico che tenga conto tanto dell’unicità dei singoli casi, quanto delle tecniche teatrali insegnate. Il risultato?

 

Il risultato è da vedere. Da apprezzare. Da sperimentare. Basta accedere all’allestimento scenico di Fantasmi per venire immersi in un’atmosfera surreale, onirica, sospesa, se non fosse che tali termini sono ormai fin troppo abusati e, quasi, inflazionati. Allora, assistere a questa rilettura dell’opera pirandelliana può essere l’occasione per tornare a comprendere appieno il senso profondo di un’indeterminatezza che diventa patto concreto tra attore e spettatore: fondale interrotto da una porta aperta verso l’ignoto, palco limato alla stessa altezza del pubblico, poltrone coperte da lunghe tende che privano della possibilità di sedersi, luci abbassate per confondere le parti. Strategie utili non solo a intensificare l’asse sala-scena, ma anche a riconsegnare lo spessore sensibile di un’apparizione: già, perché pur sempre di fantasmi si tratta, ovvero di quelle che Pirandello stesso definisce “apparizioni per spaventare la gente e tenerla lontana”. Eppure, a essere considerato non è solamente il livello letterario de I Giganti della montagna, opera incompiuta che tratteggia le vicende di questi fantasmi, manipolo di persone unite dalla volontà di rifiutare le brutture della quotidianità rifugiandosi boccaccianamente in una villa di campagna. Gente strana, che nella storia pirandelliana vive “in vacanza e a cuore aperto”, agli “orli” della società, padrona “di niente e di tutto”, di “incanti silenziosi”, di “tutte quelle verità che la coscienza rifiuta”, ripescate “dal segreto dei sensi” o dalle “caverne dell’istinto”.

Da Emiliaromagnateatro.com

Ma se si tratta di “ombre che passano” e di “evanescenze” che richiamano verità soffocate, allora è chiaro che a interessare Nanni Garella non può che essere la dimensione psicologica della storia, che, intrecciandosi con il vissuto esperienziale dei pazienti psichiatrici, assume una consistenza esclusiva ed esplosiva: nella pratica quotidiana con gli psichiatri e gli operatori, il regista scopre che le apparizioni possono essere definite anche “allucinazioni – o, meglio, forme allucinatorie di conoscenza del mondo”, “epifanie a volte terribili e dolorose, a volte visionarie, spiazzanti, digressive, libere”. Non resta, allora, che lasciarsi trasportare da queste immaginazioni percepite come reali, abbandonandosi a una drammaturgia che tenta di scandagliare le profondità dell’io con la scioltezza spiazzante di chi convive quotidianamente con gli abissi della propria coscienza e ne parla senza vergogna né vigliaccheria, seppur nascondendosi dietro la parvenza rassicurante di ombre che passano.

COTRONE – E tu hai bisogno che ti credano gli altri, per credere a te?

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


 

Viviana Santoro, laureanda in Italianistica, apprendista insegnante, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico.

 

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