Vita e morte del governo giallo verde, di Matteo Scannavini

Un anno e 2 mesi d’estate. Questa è stata la durata del primo, probabilmente unico, governo giallo verde. Nato dopo 88 deliranti giorni di crisi istituzionale sulla figura, teoricamente super partes, dell’evocato Conte, il primo esecutivo della III Repubblica ha trovato una fine altrettanto caotica, con tanto di sfiducia annunciata via social dalle spiagge del Papeete. Un esito prevedibile considerato l’improbabile contratto su cui basava l’accordo, un ibrido tra due visioni politiche profondamente diverse, accomunate dal solo atteggiamento di rottura verso l’establishment. Eppure, nel loro scoordinato ballo di governo, in cui tante volte si sono pestati i piedi, o hanno nascosto le manine, Lega e 5stelle hanno portato a casa diversi propositi del disomogeneo programma, provvedimenti che tutt’ora, nel bene e nel male, segnano l’Italia.
No, non è stata abolita la povertà. Né sono stati rimpatriati tutti i clandestini. Ma, aldilà delle faraoniche e impraticabili promesse della campagna elettorale, per altro mai interrotta durante l’intera azione di governo, qualcosa è stato fatto. I 5stelle hanno messo la firma sul reddito di cittadinanza e sul decreto dignità, introdotto misure stringenti nella lotta alla corruzione e tagliato i vitalizi a parlamentari e consiglieri regionali. La Lega ha realizzato i due decreti sicurezza, Quota 100, la legge sulla legittima difesa e avviato la flat tax. Tralasciando i personali giudizi sulla bontà dei contenuti, è almeno doveroso riconoscere che, pur con tanti limiti pratici, quelle leggi rispecchiano le esigenze di chi li ha votati. E il tutto è stato fatto senza impattare nella procedura d’infrazione, sfiorata dopo un lungo braccio di ferro con l’UE da cui si è concordato un rapporto Def/Pil del 2.04%.
In altre parole, a voler essere ottimisti, nonostante l’inesperienza dei 5stelle e la malizia della Lega verso l’Europa, l’Italia è sopravvissuta ai gialloverdi, probabilmente anche grazie a quel contestato veto di Mattarella su Savona all’economia. Sopravvissuti quindi, anche se il peso delle leggi approvate, quota100 e reddito di cittadinanza su tutte, graveranno probabilmente da qui ai prossimi anni sulle economie del paese.
Volendo dare una lettura più cinica, si potrebbe invece dire che il governo giallo verde è riuscito anche a fare qualche legge tra una lite e l’altra. Dalla manina nel decreto fiscale al caso Siri, alla questione Savoini fino al collasso sulla Tav, tante sono state le tensioni tra la maggioranza. E, se Salvini non avesse opportunisticamente “staccato la spina” in anticipo, molti altri nodi sarebbero venuti al pettine, vedi taglio dei parlamentari, riforma della giustizia e autonomie regionali. Nonostante l’entusiasmo dei primi mesi, testimoniato dalla calda accoglienza del governo al funerale per le vittime del ponte Morandi, la prematura caduta dei giallo verdi non sorprende dunque nessuno. Troppe erano le contraddizioni che da più parti si presagiva una fine anticipata della legislatura. E, se i 5stelle hanno ingenuamente protetto il loro alleato di governo sul caso Diciotti, bruciandosi innanzi al loro elettorato, Salvini ha scelto di non ha ricambiare la cortesia dopo le elezioni europee alla conferma della percepita inversione dei rapporti di forza nella maggioranza. Il giorno del voto l’imminente caduta del governo giallo verde è diventata certezza, ritardata giusto i due mesi utili a far approvare il decreto sicurezza bis.
Tirando quindi le somme di questi 14 mesi, che cosa ha cambiato il governo del cambiamento per il paese? A livello di immagine, il primo esecutivo sovranista della repubblica ha rappresentato, come tale, un’Italia dal linguaggio barbaro e arrogante, che approccia i problemi a slogan, attraverso la via maestra del social, di una perenne campagna elettorale. A livello di contenuti, sono state ulteriormente inasprite le condizioni dei migranti, tra revisione dello Sprar, criminalizzazione dell’azione delle ong e ruspe sui centri di accoglienza. Porti chiusi sulla scia della precedente linea dura di Minniti quindi, ma con una studiata spettacolarizzazione dell’azione da sceriffo del Ministro dell’Interno. Oltre alla vita dei migranti, il governo gialloverde ha influenzato quelle dei lavoratori, che hanno anticipato la pensione rispetto a quanto preventivato dalla legge Fornero, disoccupati, ora assistiti del reddito, ed evasori, graziati dalla pace fiscale. Nel caso dell’ultima misura, non proprio un cambiamento rispetto ai precedenti governi. Tra le promesse elettorali disattese restano invece la banca d’investimenti, la legge sul conflitto d’interessi, la revisione del regolamento di Dublino e l’estensione della flat tax. Incompiute anche le precitate riforme, interrotte dalla crisi, di giustizia, autonomie e numero di parlamentari.
Quanto è quanto è stato e non è stato fatto. L’Italia che ne resta non è così diversa, ancora dentro l’Europa ma sembra più isolata, con i soliti problemi di crisi e debito e le medesimi incertezze sul domani, per cui nessun governo, del cambiamento o establishment che sia, sembra avere risposte. Il SalviMaio ha così scritto l’ultima pagina della sua, a tratti grottesca, storia. Probabilmente non era il governo di cui avevamo bisogno ma forse quello che meritavamo.

Vox Zerocinquantuno n.37 Settembre 2019

Foto: reuters.com


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

 

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