Volti di storia contemporanea: Abraham Desfay, di Matteo Scannavini

La storia che siamo abituati a studiare fin dalle scuole elementari è una ricostruzione estremamente sintetica di date, nomi di luoghi, battaglie, importanti personaggi ed interpretazioni di fenomeni di massa. Questo necessario e distante approccio, che implica una visione d’insieme degli eventi, non deve essere integralmente tradotto per quello che riguarda il corso della storia attuale, poiché ciò comporterebbe una parziale perdita di sensibilità verso i reali vissuti di coloro che, pur non essendone riconosciuti protagonisti, la costituiscono giorno per giorno. Ad esempio, quando sentiamo ripetere fino all’esasperazione dai telegiornali che molti profughi continuano a sbarcare in Italia in fuga da guerre e povertà, comprendiamo veramente quello che stiamo ascoltando? Possiamo forse immedesimarci e capire quali siano le vite di questi individui, disposti a sacrificare tutto per la remota speranza di giungere in Europa? La umile opinione di chi scrive è che, se davvero così fosse, nessuno oserebbe più suggerire provvedimenti quali la chiusura delle nostre frontiere. Dare volti e nomi ai personaggi di questa crisi dei migranti favorisce come nient’altro la partecipazione empatica al fenomeno storico. È perciò importante affiancare alla notizia del fenomeno di massa un tipo di dialogo senza intermedi con i profughi, soprattutto per le giovani generazioni che a breve saranno chiamate a confrontarsi con tale questione. Lo scorso 4 marzo 2017, grazie al percorso di appuntamenti Un incontro al mese organizzato dall’Istituto Storico Parri, un pugno di studenti di Bologna dei licei Righi e Sabin, ha avuto modo di ascoltare la preziosa e personale testimonianza dell’esperienza di profugo di un giovane eritreo, Abraham Desfay, che si è raccontato al suo pubblico con un’umiltà e un’umanità (e in un fluente italiano) tanto prive di vittimismo quanto irriproducibili attraverso caratteri scritti.

Locandina dell’evento

All’indomani del sanguinoso trentennio della guerra d’indipendenza (1961-1991), L’Eritrea si affacciava ad un periodo di pace tanto attesa dopo un secolo di conflitti e sottomissioni tra dominatori italiani, inglesi ed etiopi. L’infanzia di Abraham è quindi intrisa nel respiro di speranze di libertà, la sua è la generazione dell’Eritrea libera, un paese entrato nell’ONU nel 1994, dove avrebbe voluto studiare e costruirsi una vita. Ma le speranze della nuova democrazia furono presto disattese. “Chi aveva saputo conquistare l’indipendenza, non ha saputo portare la libertà. Ha imposto un governo autoritario, burocratico, militarizzato.” Il futuro tiranno Isaias Afeworki non condivise il potere assieme agli altri conquistatori dell’indipendenza, la costituzione democratica redatta nel 1997 non entrò mai in vigore e, all’alba del 18 settembre 2001, con gli sguardi del mondo ancora puntati verso New York, il gruppo dei 15 principali sostenitori della democrazia, formato da ministri e giornalisti, fu arrestato tramite blitz simultanei delle forze di sicurezza e scomparve. Quella data è considerata l’inizio della dittatura e del collasso delle speranza della popolazione eritrea, la cui unica salvezza rimaneva un disperato tentativo di fuga: da allora 2.000.000 di eritrei hanno infatti abbandonato il paese.

All’interno di questo Stato “caserma”, Abraham fu chiamato al servizio militare obbligatorio nel 2006, l’anno della sua quarta liceo. Fu un’esperienza dura e disumanizzante, di cui ricorda continui e pesanti pestaggi fin dal primo giorno e angherie gratuite, come per esempio il dover spostare da una parte all’altra l’acqua di un grosso recipiente con un cucchiaino. Un giorno, febbricitante ma senza prove del suo malessere da poter esibire agli ufficiale, Abraham si nascose per saltare una spedizione. Scoperto, subì un punizione feroce: “Fui chiamato nell’ufficio dai graduati, steso per terra e pestato ripetutamente, pesantemente; grossi colpi con gli scarponi sulla schiena. Mi mancava il respiro, ero sicuro che sarei morto, mi vedevo già seppellito in una fossa anonima, pensavo alla lettera ai genitori che, dopo tanto tempo, comunicava il decesso del figlio in combattimento, morto come un eroe. Quante volte era già accaduto!

Nonostante un ambiente soffocante, Abraham dimostrò tenacia e resilienza e riuscì a superare quell’anno, compreso il temutissimo esame di maturità (mediamente solo il 4% degli studenti riusciva a diplomarsi, il resto doveva restare nell’esercito a tempo indeterminato): poteva ora tornare dalla famiglia ed intraprendere i propri studi universitari. “Tornai a casa, ero felice, pur rattristato per la separazione dai compagni. Era stata dura, ma mi attendeva un futuro di libertà.” Tuttavia, come era ormai abitudine per il popolo eritreo, il suo entusiasmo fu stroncato sul nascere: anche il mondo del collegio era completamente militarizzato.

Gerarchia opprimente, addestramenti snervanti, disciplina da esercito, ancora una volta una vita da esercito con lo studio lasciato in ultimo piano. Giunto ai 20 anni e maturata la consapevolezza che l’Eritrea intera fosse una prigione, ad Abraham non restava che fuggire. Le promesse respirate in infanzia non potevano andare perse, la decisione era presa. Prima però volle salutare la sua famiglia, che non ha ancora più rivisto da nove anni fino ad oggi. Inviato a lavorare vicino al confine sudanese, individuò Najif, colui che sarebbe stato il suo compagno di fuga, che esitò a lungo prima di accettare la richiesta di partire insieme di Abraham per timore che questo fosse una spia. A loro si aggiunse Manuel, che si propose di aiutarli grazie alla sua conoscenza della lingua araba, indispensabile al viaggio tra più stati. La rocambolesca fuga avvenne in una notte di pioggia torrenziale, inseguiti tra torce e spari, passando per canali e boschi, i tre tradussero quella volontà di libertà accumulata in 20 anni, in potenza delle loro gambe. Non smisero mai di correre, anche una volta seminate le guardie. Solo arrivato il mattino e diradata la boscaglia, dovettero rallentare la marcia per non destare sospetti. Individuato un contadino cui chiedere indicazioni, Manuel, al momento di sfoderare il proprio arabo, confessò di non avere mai saputo la lingua: mentire era stato l’unico modo per potersi unire alla loro fuga. Improvvisando una forma di comunicazione gestuale e ripetendo allo strenuo “Sudan”, i tre riuscirono ad apprendere di aver già valicato il confine. Da lì il loro viaggio procedette attraverso lunghe marce prevalentemente attraverso il deserto, durante le quali furono rapiti da un gruppo di balordi, che li rilasciò dopo aver capito che non disponevano di alcun denaro. Solo una volta giunto a Khartum, Abraham poté telefonare ai genitori che, fin a quel momento ignari della sua fuga, non furono contenti ma gli trasmisero ciò nonostante affetto e solidarietà.

Il viaggio proseguiva: il modo più economico di arrivare in Europa era attraverso la Libia, così Abraham prese accordi per un trasferimento in camion fino a Tripoli, per il quale dovette radunare altri 55 compagni di viaggio; i trafficanti, anziché con i camion, si presentarono invece con 2 minuscoli pick-up, dove riuscirono a stipare in qualche modo 56 persone: il viaggio su quei due fuoristrada, che si ruppero e si insabbiarono diverse volte, fu eterno e tremendo. Molti morirono nel deserto, ma Abraham riuscì a farcela. Non aveva però idea di cosa lo aspettasse, quello che lui avrebbe chiamato “inferno libico”. “Ora siamo prelevati da due autisti libici che subito ci picchiano col bastone per stabilire in modo chiaro chi comanda”. Si viaggia per sette giorni e per sette notti, subiamo disumane prepotenze: le donne vengono stuprate, anche qualche uomo; l’acqua è scarsissima e cattiva. Sono due disgraziati che pensano solo ai soldi, alla droga, ai piaceri. Ci è chiarissimo quanto male commettono, ma noi siamo nelle loro mani, del tutto impotenti. Domani, non sarà facile liberarsi da questo senso di vergogna”. Ma, anche questo capitolo della storia fu posto alle spalle, la pagina voltata e lo sguardo di nuovo rivolto al presente: Abraham arrivò a Tripoli. Alle soglie della città fu immediatamente bloccato dalla polizia e incarcerato, in quanto privo del permesso di soggiorno. Il ricordo di quei mesi in carcere è riassumibile in un’unica parola: botte, dal primo all’ultimo giorno, sia dalle guardie che tra detenuti. L’episodio più brutale avvenne tra musulmani e non, quando i secondi, che avevano accettato di sottoporsi anch’essi al Ramadan nella speranza di un miglioramento delle proprie condizioni, non seppero resistere fino a sera davanti alle pentole fumanti di cibo. Scoppiò quindi tra loro una feroce rissa, sedata con ancora più violenza dalle guardie.

La voglia di Abraham di evadere da quel mondo ebbe ancora una volta la meglio: fintosi musulmano, riuscì a fuggire durante un momento di preghiera collettiva e riuscì, dopo essere stato ospitato da sconosciuti, a contattare la famiglia e farsi inviare i soldi per l’imbarco su un gommone, una procedura che richiedeva il pagamento anticipato del denaro ai trafficanti senza alcuna garanzia di successo. La prima volta non fu fortunato: il gommone, appena fuori dalla costa, si spezzò in due, lasciando in balia delle acque del Mediterraneo tutti coloro non in grado di tornare a nuoto. Servirono dunque altri soldi dai genitori, gli ultimi che avrebbero potuto permettersi. Nuova attesa, nuovi trafficanti, nuova partenza, ancora di notte: vennero caricate prima le ragazze, gli uomini dovettero issarsi a largo per non rischiare di capovolgere lo scafo. “Si naviga per due giorni, si beve poco, si mangia ancora meno, bisogna continuamente buttar fuori l’acqua, ogni onda alta ti sommerge, ci inzuppa, di notte fa freddo. Poi la terza notte il motore si spegne. Lampedusa non è lontana. I passeggeri si agitano, gridano, urlano, le donne quanto urlano! Il gommone rischia di rovesciarsi per il panico e pensare che la salvezza si vede. Ci sono diversi pescatori lì intorno, ma scappano quando ci avvistano.” Telefonarono quindi la marina italiana, che provvide in qualche ora ad avvistarli e caricarli su una grande nave, pronta a scaricarli a Lampedusa. Abraham ce l’aveva fatta: era sbarcato in Italia.

Dopo tre mesi in un centro di accoglienza di Caltanissetta, in attesa che la commissione territoriale si pronunciasse sulla richiesta d’asilo, ad Abraham fu concesso un permesso per motivi umanitari, che, a differenza di quello per motivi politici, subordinava il suo diritto di soggiorno al possesso di un lavoro e non prevedeva il suo diritto al passaporto. Era il 2009: Abraham si diresse a Bologna, grazie ad internet entrò in contatto con amici eritrei stanziati a Ginevra, ma il viaggio per andare a trovarli si rivelò fallimentare e fu ricacciato in Italia. Nuovamente a Bologna si diede comunque da fare e trovò presto lavoro, affiancandolo ad un’attività di diffusione ai giovani della propria storia, l’incontro organizzato dall’Istituto Parri. Ha anche finalmente intrapreso gli studi universitari, ma non prima di essersi dovuto diplomare di nuovo ai corsi serali delle Aldini. Alla richiesta dell’Ateneo di Bologna di presentare il diploma, Abraham si è infatti recato al consolato eritreo solo per sentirsi rispondere: “Sei scappato dalla patria e adesso vorresti il diploma?”. Ma ormai ripetere le scuole superiori rappresentava uno scoglio minimo rispetto a tutto quello che Abraham si era lasciato alle spalle. La sua odissea di profugo era terminata.

Il 4 marzo 2017, in piedi davanti a quegli studenti, Abraham ha potuto raccontare la sua storia: nelle sue parole c’era anche la sincera riconoscenza a tutti gli sconosciuti che hanno aiutato lui e i suoi compagni nel corso del viaggio senza chiedere niente in cambio: dai contadini sudanesi che donavano il poco latte di cui disponevano, ai 2 camionisti che li hanno portati fino a Khartun e pagato loro due notti di albergo, fino ai libanesi che lo hanno nascosto in casa e vestito dopo la fuga dalla prigione, tantissime persone sul suo cammino hanno dato esempio di quelli che Abraham chiama “miracoli del cuore umano”. Ma anche per coloro che hanno invece voltato le spalle, come i pescatori di Lampedusa fuggiti alla vista del suo gommone di profughi in arrivo, Abraham riserva comprensione: ben consapevole dei guai che avrebbero incontrato con la legge italiana se gli avessero prestato soccorso, non tiene rancore nei loro confronti. Più intransigente è stato invece il suo giudizio sulla polizia svizzera, che li ha denudati e buttati in prigione per una notte prima di ricacciarli in Italia.

Ha fatto parte della sua esperienza anche un inevitabile senso di colpa, per aver radunato e convinto quei 55 profughi ad affrontare con lui il viaggio per Tripoli, poiché da solo non avrebbe potuto permettersi la spesa. Infine, insieme a questo insieme eterogeneo di sentimenti ricordati e vissuti nel suo travagliato, restano le tristi considerazioni sui numerosi defunti che ha lasciato lungo il cammino, i compagni la cui vita si è persa da qualche parte tra l’Eritrea, il Mediterraneo, il deserto e le prigioni libanesi. Loro non hanno potuto presentarsi il 4 marzo a raccontare la propria storia, e nemmeno Abraham avrebbe dovuto esserci: da sognatore di un percorso di studi e di una vita libera in Eritrea, è oggi testimone delle sofferenze di un paese dalla condizione ignorata, davanti ai discendenti del popolo che un più di un secolo fa invase la sua terra con la promessa di una convivenza pacifica. La vita di Abraham è parte della storia di oggi: uno dei tantissimi all’interno di quel fenomeno di migrazione di cui sentiamo parlare così spesso dai media e di fronte a cui dobbiamo avere la priorità, umanitaria prima che europea, di tenere aperte le frontiere.

Vox Zerocinquantuno, n 15 ottobre  2017

 

In copertina: foto di Massimo Sestini, secondo premio al World Photo 2015. Giugno 2014, Mare Mediterraneo. (da Massimo Sestini news)


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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