Voucher: come una buona idea è diventata un pessimo provvedimento di Michele Sogari

Il tema dei buoni lavoro (voucher) continua ad essere al centro dell’attenzione per il loro uso sconsiderato sottolineato dai dati INPS che registrano una crescita esponenziale delle richieste da parte dei datori di lavoro. Tema talmente delicato che ha creato una crescente conflittualità politica. CGIL ha infatti raccolto circa 3,3 milioni di firme per promuovere un referendum abrogativo rispetto ad alcuni dei cambiamenti introdotti con il Jobs Act nel 2015, tra i quali quelli riferiti al lavoro accessorio.

Ma perché questi voucher, da strumento di retribuzione, quindi puro elemento tecnico, sono diventati campo di battaglia in cui il sindacato ed il principale partito del centrosinistra italiano si confrontano così duramente? Cosa prevedono e cosa comportano?

(Foto dal sito del Sole 24ore)
(Foto dal sito del Sole 24ore)

I voucher nascono nel 2008, inseriti inizialmente solamente all’interno del settore agricolo per cercare di arginare il fenomeno del lavoro stagionale in nero, dando agli imprenditori agricoli la possibilità di pagare i propri dipendenti senza subire gli oneri dei contratti tradizionali ed in più il voucher si presentava come strumento abbastanza flessibile da poter essere usato nei lavori stagionali. Un buono lavoro rilasciato dall’INPS di base costa 10€ al datore di lavoro o committente (esistono anche buoni multipli da 20€ e 50€), di cui 7,5€ sono di retribuzione netta per il lavoratore, mentre i restati 2,5€ concorrono alle coperture assicurative presso INAIL e INPS (gestione separata), tutelando quindi il lavoratore contro gli infortuni e permettendogli di pagare i contributi per la maturazione (più avanti con l’età) dei requisiti pensionistici.

Dopo i primi successi il voucher viene diffuso anche per altri lavori saltuari, con l’obiettivo di far emergere almeno una parte del lavoro in nero, non regolato da contratti e difficilmente intercettabile dalle altre forme contrattuali. Il voucher, al di fuori del lavoro agricolo, rappresenta il pagamento minimo di un’ora di lavoro (a livello teorico, perché questo passaggio non è regolamentato), mentre all’interno del lavoro agricolo ogni ora di lavoro viene retribuita in accordo ai Contratti Nazionali di Categoria.

L’istituzione del buono di lavoro doveva nelle intenzioni essere una forma di ripiego, flessibile e facilmente accessibile (infatti il committente, o datore di lavoro, può anche non essere una impresa o una azienda, ma il pensionato o lo studente) per regolare quei lavoretti che solitamente vengono svolti e retribuiti in nero, uscendo dal ciclo legale di circolazione e regolazione dei rapporti di lavoro, dunque un’ottima idea per tutelare le forme di lavoro accessorio introdotto nel 2003 con la Riforma Biagi.

La stessa flessibilità dello strumento, assieme al progressivo allargamento dell’uso e dei limiti economici imposti al lavoro accessorio (principalmente con la Riforma Fornero del 2012 ed il Jobs Act del 2015), e la scarsa correzione attuata nel 2016, hanno però reso possibili molteplici violazioni delle norme regolatrici del lavoro accessorio ed un improprio utilizzo dei voucher trasformandolo in strumento per nascondere queste stesse economie.

(Foto dal sito di Leggi Oggi)
(Foto dal sito di Leggi Oggi)

I profili di irregolarità che avanzano con l’utilizzo del voucher si dividono in due modalità principali, tra loro connesse: in prima battuta si presenta il problema della sostituzione delle modalità di lavoro dipendente con quella di lavoro accessorio, in cui l’utilizzo dei voucher copre una prestazione lavorativa intensa, continuativa e strutturata, di cui una parte (quella che è possibile far rientrare nell’alveo della legittima e della correttezza legislativa) viene pagata con il voucher, e l’altra pagata in nero. La seconda riguarda la retribuzione oraria: benché il Jobs Act del 2015 sancisca che il taglio minimo del buono lavoro (10€) sia il minimo pagamento per ora di lavoro, tutt’oggi si segnala come il buono singolo (o anche quelli multipli) sia utilizzato per coprire una quantità di lavoro maggiore rispetto a quella prevista, andando a retribuire ogni ora di lavoro a livelli molto bassi.

Il voucher presenta quindi dei profili di irregolarità molto profondi, che pongono i prestatori di lavoro (solitamente giovani alle prime esperienze di lavoro o al primo ingresso nel mondo del lavoro) in condizioni di precarietà, di difficoltà e sfruttamento con scarsa possibilità che gli abusi siano scoperti dai controlli a causa della scarsa regolamentazione dell’ambito. I dati INPS sull’utilizzo dei voucher sottolineano una crescita vertiginosa nell’utilizzo di questo strumento: i dati sui primi mesi del 2016 parlano di un incremento del 32,3%, mentre nel 2015 rispetto al 2014 l’aumento è stato del 67,6%.

In seguito alle polemiche sull’utilizzo improprio di questo strumento, nel 2016 è stata introdotta la tracciabilità per i singoli voucher e l’obbligo di comunicazione (da parte dell’impresa committente) dell’utilizzo di lavoro accessorio e del voucher, ed il Ministro del Lavoro Poletti si è detto disposto a rielaborare la materia sui buoni lavoro. Questo strumento si è comunque contraddistinto, fino a questo momento, come l’emblema dello sfruttamento del lavoro, del suo svilimento e della spaccatura (in fatto di sicurezza, diritti e retribuzione) che si sta scavando tra coloro che sono già all’interno del mercato del lavoro e coloro (principalmente i giovani) che devono ancora farne parte.

Vox Zerocinquantuno n6, Gennaio 2017

 


Michele Sogari è uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna. Le sue aree di interesse riguardano lo studio del mercato del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, nonché lo studio delle disposizioni politiche che regolano questi ambiti.


Fonti:

 

 

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