William Eugene Smith: la città cupa di Pittsburgh in mostra al Mast di Bologna, di Roberta Antonaci

Fino al 16 settembre 2018 il fotografo dell’anima è esposto al Mast con la serie di fotografie realizzate su Pittsburgh.

W. Eugene Smith è stato un fotografo di reportage che ha lavorato per riviste e giornali. A un certo punto è entrato in crisi con il mondo della stampa e del lavoro dipendente, si è licenziato e ha iniziato a cercare da solo i suoi incarichi.

Il primo incarico da freelance dell’artista è stato il lavoro su Pittsburgh, che si è trasformato in una questione umana e vitale. Da lavoro a impegno e ricerca, le fotografie esposte al Mast di Bologna, scattate negli anni ’50-’60, si presentano buie, cupe. La mostra approfondisce l’aspetto interiore dell’arte di Smith, famoso autore di reportage, che a Pittsburgh va oltre la foto giornalistica, affrontando una crisi personale che si fa universale nelle immagini rappresentate.

Il Mast, avvalendosi della collaborazione del Carnegie Museum of Art presenta la mostra W. Eugene Smith: Pittsburgh città industriale, curata da Urs Stahel, dal 2013 responsabile delle attività espositive della Fondazione Mast.

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Smith paragona la città all’uomo, poiché organismo vivo e vitale. L’uomo abita la città e vivendola la crea e la rinnova, la modifica e la mantiene viva, in continua evoluzione, proprio come lui. Il viaggio nell’esposizione al Mast è tutto in questo senso, si attraversa una Pittsburgh raccontata dagli uomini che l’hanno fatta. L’industria è uno dei temi principali di Smith, forse l’isotopia che attraversa tutte le fotografie. Le atmosfere cupe, in alcuni casi estremi addirittura fumose – come appunto la foto Città fumosa del 1955-58 – e rompono completamente gli schemi del reportage giornalistico. Ciò che è trasmesso è la vita che brulica dentro i paesaggi industriali, di giorno e di notte. E, infatti, lo stesso Smith dice «Ritrarre la città è un lavoro senza fine» (cit. esposta nel percorso mostra).

Anche la natura non manca di fare da controparte all’industria, e succede di trovare nella stessa foto un albero in fiore che fa da quinta allo scenario cittadino e al suo continuo muoversi. L’albero in questo caso può essere, oltre che una quinta, un momento di estromissione e riflessione sulla città. Spesso la natura va a coincidere con il cielo restando un momento distaccato e lirico che incornicia l’inconsapevole mondo quotidiano.

Anche le divergenze sociali, le differenze di status, sono rappresentate nelle fotografie di Smith. In una stessa immagine, si trovano ritratti dei lavoratori su un tetto e sotto, sulla strada, signore in abito del tempo, uscite per una passeggiata o per le compere. La suddivisione netta dei piani fa associare le due immagini che rimbalzano in due mondi lontani l’uno dall’altro. Pittsburgh che negli anni ’50 era in piena rivoluzione industriale ha vissuto l’immigrazione di persone in cerca di lavoro. La foto allora non solo distingue due status sociali, ma anche l’affastellamento di lavoratori dalle più svariate provenienze, in contrapposizione agli autoctoni.

Quello del fotografo-artista è uno studio molto approfondito di Pittsburgh e della sua industria. Lungo tutto il percorso mostra è possibile ritrovare dettagli di alcuni scritti dell’autore, in cui si leggono anche approfondimenti su materiali e tipi di lavorazione. L’artista si fa tutt’uno con il mondo della sua rappresentazione, ed è questo un lavoro che l’ha ingoiato al punto da farlo uscire dalla dimensione giornalistica e per entrare anche in quella artistica.

Una mostra forse malinconica, ma che va vista con calma, e goduta, anche due volte. Un viaggio fotografico in una realtà industriale molto umanizzata ma mai banale, ha molto su cui far riflettere. Il nero riporta al colore del fumo della fabbrica, alla fuliggine sul volto degli operai. I bambini sorridono alla macchina fotografica contenti dei loro giochi. Le parole di Smith urlano dalle pareti la sua urgenza di spiegare l’umanità, forse prima di tutto a se stesso. Uomo che appare preso in una stretta esistenzialista e cerca di dare e di darsi delle risposte su temi che ancora oggi sono in aperta discussione.

Vox Zerocinquantuno n.23, giugno 2018


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la magistrale in Semiotica presso l’Università di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.

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